L’attualità di Anna Kuliscioff.

Ruolo esemplare di una donna dalle molte vite

Anna Lucia Pizzati

Nel primo centenario della morte di Anja Rosentein, meglio conosciuta con il nome, che lei si scelse, di Anna Kuliscioff, si stanno intensificando le presentazioni di questa “donna dalle molte vite” presente, spesso da protagonista, in disparati ambiti: anarchica durante gli anni giovanili nella Russia autocratica degli zar, coraggiosa studentessa di ingegneria e poi di medicina in un contesto rigorosamente maschile, “dottora” come lei stessa con assoluta lungimiranza volle definirsi, filantropa e animatrice di iniziative filantropico-emancipazioniste rivolte in particolare alle donne, compagna di due uomini simili per idee politiche, con lei condivise, ma diversissimi nel modo di concepire il rapporto di coppia, perché tradizionalista Andrea Costa, convinto invece della necessità di un rapporto paritario Filippo Turati. Con quest’ultimo Anna condivise per più di quarant’anni una intensa esperienza giornalistica, come redattori della rivista “Critica sociale” e soprattutto politica, come principali interpreti del socialismo riformista. E proprio nell’azione politica confluirono le

esperienze e le conoscenze di questa attivissima donna, in particolare nelle iniziative a favore dei lavoratori, nelle proposte per una legge di tutela del lavoro femminile e minorile e nella richiesta di riconoscere come universale, cioè spettante a tutti gli uomini e a tutte le donne, il diritto al voto. Turati, da deputato, diede voce alle istanze della sua compagna che, non godendo dei diritti politici, non aveva modo di avanzarle direttamente.

Parecchie intuizioni, proposte e azioni di Anna Kuliscioff furono estremamente lungimiranti e aprirono percorsi ancora molto attuali. Innanzitutto seppe evidenziare il necessario legame fra i diritti sociali, i politici e i civili, perché considerava importante ottenere per i lavoratori non solo la diminuzione dell’orario di lavoro e l’aumento salariale, ma anche il diritto all’istruzione, la creazione di biblioteche e di altri luoghi di apprendimento, cioè una serie graduale di riforme, che non solo avrebbe migliorato le loro condizioni materiali, ma avrebbe anche offerto loro l’opportunità per una crescita civile, per l’acquisizione graduale di una coscienza politica e della capacità di esercitare il proprio ruolo di cittadini. Anna K., infatti era convinta che le masse popolari, seppur sotto la guida delle organizzazioni di mestiere e poi del partito socialista, dovessero diventare gradualmente protagoniste della propria emancipazione. Ricordo a questo proposito la sua collaborazione con altre

associazioni femminili, come le coeve “Unioni Femminili” o con istituzioni filantropico-educative, come la milanese società “Umanitaria”, di cui era nel Consiglio di amministrazione; che erano in collegamento anche con associazioni simili in altre città, fra cui la nostra, dove operava, fra le altre, Stefania Omboni, creatrice delle Cucine popolari, ma anche ideatrice di un progetto pedagogico lungimirante per l’Istituto per l’infanzia abbandonata da lei fondato. L’impegno di queste istituzioni, quindi, non era finalizzato a un mero assistenzialismo, bensì esprimeva un progetto di welfare che al giorno d’oggi chiameremo generativo.

 

La complementarietà fra diritti sociali, politici e civili, per promuovere una società egualitaria, è una necessità tuttora attuale anche se nel nostro Paese le condizioni dei lavoratori sono migliorate, sia perché l’incidenza della povertà sia assoluta che relativa, con la conseguente povertà educativa dei più giovani, è in aumento, sia perché c’è in atto nel nostro come in altri Paesi il tentativo di limitare i diritti civili con provvedimenti eccezionali, sia perché alle persone migranti sono spesso negati oltre ragionevoli limiti i diritti politici e ciò rallenta la loro integrazione, sia soprattutto perché si sta mettendo in atto un pericoloso tentativo di sminuire di fronte all’opinione pubblica, magari enfatizzando l’importanza dei soli diritti sociali, il concetto di democrazia liberale, cioè dell’unico sistema politico capace di tutelare non solo il benessere ma anche la libertà dei cittadini.

Anna Kuliscioff conosceva in profondità il pensiero di Marx, che era in grado di leggere in lingua originale e strinse una discreta corrispondenza anche con Engels. Né lei né Turati sconfessarono mai questa ideologia, neppure quando nella loro azione politica si allontanarono dai socialisti massimalisti e dialogarono con i liberali democratici, sostenendo il riformismo di Giolitti. Il marxismo rivestiva per Anna K. il ruolo di una teoria da cui, al pari di qualsiasi ricercatore in ambito scientifico, ricavare i principi e i metodi dell’analisi sociale che poi però metteva in relazione con dati e statistiche ricavate da indagini su fonti italiane e straniere (dato che conosceva oltre al tedesco, il russo sua lingua madre, l’inglese, il francese), con i risultati di inchieste che promuoveva nei luoghi di lavoro e con i contatti diretti con persone di tutte le classi sociali che accoglieva indistintamente nella sua bella casa milanese, tenuta con cura e arredata con gusto e zelo femminile. Perché quella donna bella, dall’aspetto sempre elegante e curato aveva maturato, durante gli studi prima di ingegneria (facoltà in cui fu la prima donna ad iscriversi al politecnico di Zurigo) e poi in medicina e infine nell’esercizio della professione medica, una mentalità rigorosamente scientifica che accompagnò sempre anche la sua azione politica.

Penso perciò che Anna Kuliscioff abbia impostato il rapporto dialettico fra ideologia e prassi in modo esemplare per noi che viviamo in un’epoca in cui il ruolo dell’ideologia viene sminuito fino in certi casi a prospettarne la scomparsa. L’ideologia infatti se, come è avvenuto nel caso di Kuliscioff, sa evitare la degenerazione in fondamentalismo acritico e sa confrontarsi con i fatti empirici, è un ottimo antidoto al rischio di proposte politiche demagogiche, cioè finalizzate all’immediato consenso e incapaci di efficaci visioni di lungo periodo.

Del marxismo Turati e Kuliscioff condividevano l’obiettivo economico, cioè la socializzazione dei mezzi di produzione, quello politico, cioè l’internazionalismo e l’accesso a ruoli di governo da parte dei lavoratori e anche quello etico, cioè l’abbattimento delle sovrastrutture del capitalismo, fra cui la famiglia patriarcale, penalizzante per le donne. Già nel 1890, nella prima conferenza tenuta da una donna nel Circolo filologico di Milano intitolata “Il monopolio dell’uomo”, Anna K. sostenne che la seconda rivoluzione industriale allora in atto aveva offerto alle donne straordinarie opportunità per conquistare quel rispetto, quella dignità, quelle pari opportunità con il mondo maschile che solo l’indipendenza economica legata ad un lavoro equamente retribuito poteva dare e che, anche se la questione femminile avrebbe trovato soluzione piena soltanto con l’affermazione del socialismo, con il cambiamento cioè delle sovrastrutture culturali e giuridiche che nella società capitalistica avevano decretato l’ inferiorità della donna, nel breve periodo si potessero ottenere attraverso il percorso parlamentare graduali riforme, fra cui la parità salariale fra uomini e donne e si impegnò soprattutto per una maggiore tutela del lavoro femminile e minorile, che si concretizzò nel 1902 nella legge Carcano, dal nome del ministro che ne curò l’iter e sostenne con decisione, affrontando anche l’iniziale scetticismo dello stesso Turati e più a lungo quello del suo partito, il diritto al voto da parte delle donne.

Affermò infatti, con una consapevolezza che divenne collettiva solo nella seconda metà del XX secolo, che i diritti ineriscono agli uomini e alle donne in quanto individui, e che, perciò, il godimento di essi deve essere veramente universale, cioè deve valere per tutti e non deve essere subordinato né al censo, né all’istruzione, né al genere, né guadagnato con particolari meriti. Nel congresso operaio internazionale di Bruxelles fece votare un ordine del giorno che impegnava tutti i partiti socialisti della seconda internazionale ad affermare

 

l’uguaglianza di diritti fra uomini e donne. Nell’opuscolo “Alle donne del 1897” le incitò a mobilitarsi per questo obiettivo. E nel congresso della II internazionale di Stoccarda nel 1907 ottenne che i socialisti di ogni Paese rivendicassero il diritto al voto per uomini e donne.

Però era anche consapevole che le donne sono diverse biologicamente dagli uomini, che in certi ambiti hanno esigenze diverse e che perciò l’affermazione di una teorica astratta uguaglianza, come avrebbero voluto alcune femministe borghesi, come Anna

Maria Mozzoni, con cui ebbe un serrato confronto, non era sostenibile. Tuttavia era, ed è tuttora difficile, stabilire una conciliazione fra la rivendicazione di pari diritti e opportunità e il riconoscimento delle differenze. Ma Anna K. aveva le idee chiare, proprio perché alla base di ciò che proponeva c’era sempre un corretto rapporto

dialettico fra ideologia e conoscenza fattuale, perciò corredò sua proposta di legge sulla tutela del lavoro delle donne e dei minori, con una raccolta accuratissima di dati nazionali e internazionali, per far emergere che la tutela della gravidanza e del puerperio si traduce in un vantaggio per la specie, cioè in un valore sociale e deve essere tutelata perché la salute dei cittadini è un diritto individuale che ha anche una ricaduta sociale. E’ superfluo forse ricordare che questo è uno dei criteri fondamentali che stanno alla base della nostra Costituzione e che in questo ambito Anna K. aprì una strada che portò fino all’affermazione del diritto universale alla salute, che trovò piena attuazione solo con la riforma del servizio sanitario nazionale di Tina Anselmi degli anni settanta del secolo scorso. Prenderne coscienza dovrebbe servire a noi per difendere strenuamente il diritto alla salute che le attuali criticità della sanità pubblica sembrano mettere in discussione. Anna K. poi sostenne, ben prima che si sancissero i diritti dell’infanzia, la necessità di tutelare il sano sviluppo dei fanciulli durante l’età della crescita.

Meritano di essere almeno elencati altri aspetti del pensiero e dell’azione di Anna k. che sono ancora estremamente attuali, come la sua educazione cosmopolita, di cui ai nostri giorni si apprezza giustamente il valore; la sua determinazione nell’intraprendere studi, ingegneria e medicina, e di esercitare professioni, come quella di medica e giornalista in un contesto maschile, in cui si tentò ripetutamente di criticarla e di scoraggiarla; il suo coraggio nell’affrontare il carcere per reati d’opinione, in uno di quei periodi in cui leggi assurdamente restrittive col pretesto della sicurezza riescono di imbavagliare i cittadini e rischiano di riuscirci in mancanza di coraggiose opposizioni che sappiano sfidare e talvolta piegare l’arroganza del potere politico, come fu la sua.

Di due però vorrei sottolineare la straordinaria importanza. Anna K. nel primo dopoguerra auspicò un totale disarmo e l’esistenza di un solo esercito a servizio della Società delle Nazioni, in alternativa agli eserciti nazionali. Non posso che constatare con rammarico che i Paesi dell’Unione Europea, che si stanno drammaticamente riarmando non riescono invece dopo più di ottant’anni dal Manifesto di Ventotene e dopo settantacinque anni dalla Dichiarazione Schuman a realizzare un unico esercito europeo finalizzato al mantenimento della pace e invece gli stati nazionali, protagonisti dei disastri del secolo scorso, sono ancora in competizione nella corsa agli armamenti.

Infine vale la pena di rilevare che forse nessuna esperienza più di quella di vissuta da Anna K. nella sua relazione con Andrea Costa è idonea a confermare l’intuizione delle femministe degli anni 70, cioè che il personale è politico. Lei infatti, convinta che il rapporto di coppia debba essere paritario e che la donna abbia il diritto di realizzarsi al pari dell’uomo seguendo le proprie inclinazioni e valorizzando le proprie attitudini, benché innamorata di Andrea Costa, da cui aveva avuto una figlia

allora neonata, constatando che il suo partner, pur essendo progressista dal punto di vista politico, era irrimediabilmente tradizionalista nel mio modo di concepire la famiglia, decise, seppure non senza dolore, di separarsi definitivamente da lui e crearsi un’esistenza totalmente autonoma.

Credo che altrettanto coraggio e chiarezza di idee potrebbero evitare anche ai nostri giorni a tante giovani donne conseguenze dolorose e purtroppo talvolta anche tragiche dei loro legami affettivi.

Il saggio è disponibile nella Newsletter della Casa N.65, Aprile 2025

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