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Dimentica il Primo Maggio. È il 24 febbraio 1975. Migliaia di donne tingono i loro grembiuli e sono un’onda blu che si riversa per le strade di Padova. È un gesto politico dirompente: tingere il grembiule dell’angelo del focolare dello stesso colore della tuta operaia. Quell’angelo – l’aveva già capito Virginia Woolf – non era una figura tenera ma un secondino. Nel saggio Professions for Women aveva detto chiaro: l’angelo va ucciso. Altrimenti scrive lui al posto mio, addolcendo ogni verità scomoda. Le donne in corteo lo sanno: finché il lavoro domestico è vestito d’amore, resta invisibile.

Il corteo attraversa il cuore di Padova, tra Piazza Garibaldi e le aule del Bo, gridando che quella fatica invisibile merita salario e dignità. Non è un’idea improvvisata: tre anni prima, nel luglio 1972, la città aveva già ospitato il convegno dove nasceva il Collettivo Internazionale Femminista. Donne come Mariarosa Dalla Costa avevano cominciato a scardinare l’idea della sottomissione naturale, scoprendo che la casa è una fabbrica nascosta e che l’emergere della donna come persona passa per il riconoscimento di quello sforzo.

Proprio mentre Padova riscrive i codici del lavoro, a Roma altre donne compiono lo stesso passaggio dall’isolamento alla collettività. È la storia che Chiara Ingrao scolpisce nel suo romanzo Dita di dama, un libro che nasce da una ricerca meticolosa e viscerale. Chiara Ingrao non inventa Maria e Francesca -le due amiche della storia- dal nulla. Il romanzo affonda le radici nella sua esperienza come sindacalista alla Voxson, la fabbrica di televisori della periferia romana. L’autrice rovista in uno scatolone di carte -volantini ciclostilati, appunti di assemblea, verbali scarabocchiati a mano – e ascolta le voci di donne che quell’Autunno Caldo del 1969 lo hanno vissuto davvero, in tuta, sulla propria pelle. Maria ha diciotto anni e dita sottili, perfette per fare la dattilografa. Ma suo padre decide per lei: quelle mani sono ideali per i lavori di precisione della catena di montaggio. Maria finisce in fabbrica, convinta che essere operaia sia una vergogna. Francesca, l’amica del cuore e voce narrante, vive il destino opposto: spinta dal padre va al liceo e poi a frequenta Legge.

Nel libro sentiamo il rumore dei macchinari e il peso di un sistema che vuole le donne docili. Ma tra un transistor e l’altro accade qualcosa: Maria scopre il Noi. Impara che il lavoro deve riconoscere il valore della donna, senza negarle la dignità elementare di poter andare in bagno senza chiedere il permesso e di essere madre senza sensi di colpa. L’Io impaurito lascia il posto a una solidarietà che diventa lotta collettiva per lo Statuto dei lavoratori e per il divorzio.

Poi arriva Laura Ponzone, un’attrice fantastica, che fa una cosa temeraria: prende questo romanzo corale, pieno di voci e di corpi, e decide che basta lei. Un palco, una donna, quattordici personaggi. La vediamo diventare Maria – spalle curve, mani in grembo – e un attimo dopo è già Francesca, la schiena dritta di chi ha studiato. Poi il padre, poi il capo reparto, poi la compagna di linea che ha smesso di abbassare la testa. Ogni trasformazione è minima e totale: una postura, un’inflessione, un respiro diverso. Ponzone non interpreta la Storia: la abita, la palpita, la rischia.

Dita di dama di Chiara Ingrao ha cambiato molte vesti editoriali – La Tartaruga nel 2009, poi Rizzoli, Baldini + Castoldi, e infine La nave di Teseo nel 2019, con una nota di Maurizio Landini – senza mai tradire la sua anima. Cinquant’anni dopo l’Autunno Caldo, quelle dita sottili che hanno imparato a inceppare gli ingranaggi del silenzio sono ancora uno strumento per leggere il presente.

Oggi è il Primo Maggio. Io sto battendo sulla tastiera e penso a Maria, che avrebbe voluto usare le sue dita curate sui tasti di una Olivetti Lettera 32. Suo padre aveva deciso diversamente: quelle dita sottili erano per la catena di montaggio. Io scrivo e forse, in qualche modo, scrivo anche per lei.

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