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Quarantasei anni fa non conoscevo gli scarponi. Venivo dal mare, dalla Puglia del Tavoliere, dove l’orizzonte corre diritto e il vento non incontra ostacoli, se non gli ulivi e le viti. La montagna non faceva parte della mia vita. Dopo la laurea, arrivò a marzo la prima supplenza: Agordo, e poi, Santo Stefano di Cadore, Taibon, Domegge. Mia mamma mi aveva raccontato della leggendaria nevicata del 1956. Un evento strabiliante per una cittadina sul mare qual era il mio paese. Quando il 3 marzo dell’80 scesi dal pullman e mi incamminai verso il severo edificio dell’Istituto Minerario di Agordo, iniziò a nevicare. Leggera soffice piumata. Avevo ai piedi i mocassini e camminavo, quasi Alice, nell’ebrezza che la neve ti dà. Non l’avevo mai sfiorata. S’infilò nelle scarpe basse, silenziosa, indiscreta, impalpabile. Entrai nell’androne dell’istituto e sentii le calze e i piedi brombi: inzuppati d’acqua (in dialetto bellunese). Dopo quel dì, mi comprai gli scarponi. Eppure un bosco di montagna lo avevo già visto. Era vestito d’autunno. Stava nella mia stanza, appeso alla parete di fronte al letto, tre metri per due, regalo per i miei diciott’anni, un poster gigantesco. Un sentiero attraversava le fronde e scendeva verso un ruscello, le foglie aranciate promettevano bellezza.
Per anni, al suono della sveglia, aprivo gli occhi e guardavo quel bosco in via Petracca 42 – non è un refuso, Petracca non è quel Petrarca-. Oggi mi chiedo se non sia stato proprio quel sentiero a chiamarmi, con quell’ostinazione silenziosa delle immagini che restano nella memoria. Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, dice l’Ulisse di Dante. Il mio motto preferito e partii per il nord.
Di domenica si usciva in escursione con Marcella e Francesco. Era giugno, non ricordo il dì, dopo due ore di cammino, sentiero in salita, zaino in spalla, dislivello più di 400 metri, arrivammo sulla Sella Pradonego, a circa 1800 metri di quota, davanti ai nostri occhi: il rifugio Antelao. Dipinto di bianco con le persiane rosse, e il sole grazioso. Entrammo, mentre aspettavo dietro la porta del bagno, vidi su una mensola, tra oggetti di legno scolpiti, bandierine e fascicoli, un libro. Mi incuriosì la copertina ingiallita. Sul fondo bianco si staglia una mano possente che s’insinua nel rullo di una macchina da scrivere; il foglio, già inserito nel carrello, in attesa. I Giorni veri 1943-45 di Giovanna Zangrandi. Il diario di una staffetta partigiana. Lessi qualche pagina, mi piacque. La porta del bagno si aprì e riposi il diario. Cercai quel libro, invano, nella libreria di via Mezzaterra  a Belluno. Era un’edizione troppo vecchia, né mi passò per la mente di andare in biblioteca.
Tornai al rifugio Antelao tre anni dopo. Le montagne avevano storie dentro, e io iniziavo ad amarle. Tre anni dopo, seppi che quel rifugio era opera di Alma Bevilacqua: una donna che lo aveva costruito con pochi uomini. Ancora più straordinario, lo aveva sognato con il compagno, il comandante partigiano Severino Rizzardi – ucciso dai tedeschi durante la Resistenza – e lo aveva portato a termine da sola, nel suo ricordo. Quanta determinazione, con la calce nella gerla su per i sentieri per raggiungere Sella Padronego. Immaginate la mia sorpresa nello scoprire che Alma Bevilacqua era lo pseudonimo di Giovanna Zangrandi, l’Anna dei I giorni veri.
     Così nel 2023, quando la casa editrice di Ponte alle grazie, ristampa il diario con l’ausilio del CAI, lo compro subito. È un diario senza eroismi dichiarati, ma di voci e solitudini condivise. Ve lo suggerisco per la passione politica di una donna che, come tante, si ritrova a dovere scegliere se continuare a stare nella sua tana o partire. In uno dei primi scambi, seduta davanti a una tazza di  tazza di tè con poco zucchero, Anna parla con un giovane, Angelo, che le confida la sua inquietudine sul senso di quello che accade oltre la cortina delle montagne. Parlano della guerra immaginata e di quella reale, delle illusioni che si incrinano, delle responsabilità che si scoprono quasi per caso.

 Parlare tra noi: definire e emettere sul tavolo qui, tra sbocconcellate fette di nero pane, tutte le incoscienze e le criminalità che stanno succedendo nella nazione e che ci fanno sottoscrivere, così, con insignificanti firme nostre messe in fretta senza guardare cosa avvalliamo. Questa decantata Nazione Imperiale in cresta alla quale viviamo, lei stesa là dietro alle dipinte barriere di montagne, alle rocce che andavamo a scalare, io e anche Angelo, quarti gradi e quinti a rischiar la vita e fare importanti queste cose al posto di altre. (pagina 27)

Non ci sono certezze, solo domande che prendono forma nelle parole. Quando lui se ne va, non le lascia una risposta, ma una sola frase, gridata dalle scale: «pensaci». Quel pensaci diventerà per lei, la domanda centrale: partecipare o no?
Ci sono pagine indimenticabili: Anna che decide di diventare staffetta, il primo viaggio nel quale nasconde esplosivo nel suo stesso corpo, con una leggerezza cinica e feroce che nemmeno lei si aspettava; e poi le discussioni con i compagni sui valori e le difficoltà, i dubbi sull’umanità e sull’azione. Scegliere, in tempo di guerra, non è mai netta certezza. È camminare tra rischi e relazioni, tra decisioni che riguardano il proprio destino e quello altrui. Non ci sono enfasi eroiche. Non ci sono bandiere spiegate al vento. Solo passi nella neve, conversazioni che pesano come pietre, e riguardano sé e gli altri.
E da allora, ogni volta che penso alle montagne, mi sembra che non siano mai solo montagne.

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