Inclassificabile come il vento che scuote le chiome degli alberi al tramonto, anticonformista come un’anima che rifiuta le catene, modernissima come una stella che brilla al di là del tempo, Emily Dickinson non è solo una poetessa: è un enigma avvolto nella seta, una voce che sussurra ancora oggi ai cuori sensibili. Ma davvero possiamo rinchiuderla nel mito della “poetessa reclusa”?
O forse, dietro le imposte socchiuse della sua camera, viveva una donna assetata di parole e di vita, affamata di bellezza e desiderosa di abbracci profondi? Risponde a questa ultima domanda il rapporto con Susan Gilbert, alla quale, si dice, dedicò la sua prima poesia On this wondrous sea.

Susan Gilbert era sua vicina di casa, sua cognata, ma soprattutto la destinataria di un carteggio fitto, ardente e pieno di sfumature emotive. Le lettere, spesso e furtivamente, fatte scivolare nelle mani di Sue tramite i domestici o i figli di Susan, rivelano più di una semplice amicizia: tracciano il filo dorato di una complicità intima e profonda, di un sentimento che ha nutrito l’immaginario poetico di Emily. Attraverso parole che bruciavano di verità Emily ha affidato a Susan il suo cuore inquieto e il suo desiderio di essere compresa. Un amore forse mai dichiarato apertamente, ma che vibra nelle pieghe dei versi e dei silenzi. La lettera che scrive a Susan Gilbert nel 1854 ci mostra un’anima sofferente per il distacco dalla persona amata, ma allo stesso tempo, un’anima rassegnata che invita l’amata ad andare oltre. E cantare. Le strade possono separarsi ad un certo punto, ma il tratto del cammino percorso insieme rimane “piacevole”:

“Sue – tu puoi andare o restare – Vi è una sola alternativa – Ultimamente siamo state spesso in disaccordo e questa dev’essere l’ultima volta. Lasciandomi non devi avere paura che io mi senta sola, perché spesso mi separo da cose che immagino di avere amate – a volte per consegnarle alla tomba, a volte per consegnarle ad un oblio più amaro della morte – perciò il mio cuore sanguina così spesso che non m’impressionerò dell’emorragia, e aggiungerò solo un’altra angoscia a tante angosce precedenti, e alla fine della giornata osserverò: è scoppiata una bolla di sapone! Questi incidenti mi addoloravano da bambina e forse allora avrei potuto piangere quando dei piedini che erano stati accanto ai miei restavano immobili nella bara, ma gli occhi poi si prosciugano e i cuori si disseccano come il carbone e facilmente brucerebbero.

Sue – di questo sono vissuta. È l’emblema che ancora si attarda il Paradiso che un tempo sognavo, e benché, se questo mi verrà tolto, io debba restar sola, e anche se nell’ultimo giorno il Cristo che tu ami osservasse che non mi conosce – c’è uno spirito più fosco che non sconfesserà la propria figlia.

Pochi mi sono stati dati, eppure li amo tanto che mi vengono tolti per colpa della mia idolatria – Io mi limito a mormorare andato, e l’onda muore lontano nell’azzurro senza confine, e nessuno all’infuori di me sa che oggi è sprofondato. Abbiamo fatto un piacevole cammino. Forse questo è il punto in cui le nostre strade divergono – e allora passa oltre e canta, Sue – mentre io continuo il mio viaggio verso il monte lontano.”

Uno sguardo approfondito ed efficace sull “Vulcano Emily” ce lo offre Sara De Simone nel suo saggio UNA TRANQUILLA VITA DA VULCANO ed. Solferino 2025. Interessante anche la recensione del saggio su Il Manifesto: Francesca Mattioli_Emily e Susan, lettere per un’estasi condivisa

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