POETE – I LANDAY DELLE DONNE AFGHANE
Mi hanno bruciata perché ho amato.
Ma il fuoco non sa che accende anche la mia canzone.
Tra le creste rocciose e i venti che tagliano il deserto, le parole delle donne afghane si infilano come lame sottili: brevi, anonime, indistruttibili. Sono i landay, due versi che sfidano la legge e il silenzio e viaggiano di bocca in bocca. In un Paese dove una voce femminile può essere considerata provocazione, affronto o crimine, queste poesie continuano a circolare di notte, nei cortili, tra gli spigoli delle case di fango; passano di mano in mano, custodite come segreto e diffuse come un incendio. Attraverso questi versi minimi prendono forma l’amore proibito, la vergogna imposta, la violenza taciuta e la sfida che non ha bisogno di urla, perché brucia già nella parola stessa.
Un landay ha solo due versi e ventidue sillabe: nove nel primo, tredici nel secondo. Termina spesso con il suono “ma” o “na” e, raramente, in rima. La semplicità formale non ne limita la potenza: ogni parola è scelta per colpire, per condensare dolore, desiderio o denuncia in pochi istanti. Sono poesie che sanno essere taglienti e dolci allo stesso tempo, come il vento che attraversa le montagne dell’Afghanistan. In genere, nel primo verso trova espressione il desiderio o la sofferenza individuale, che nel secondo si estende e chiama a raccolta la vasta natura, come se le donne che pronunciano questi distici avessero il potere di evocare a sé immense forze naturali.
La parola landay in pashto significa “piccolo serpente”. Queste poesie nascono da un’antica tradizione orale risalente al Settecento, quando le popolazioni nomadi pashtun si spostavano in carovane tra Afghanistan, Pakistan e India. Gli amanti separati dal cammino si scambiavano brevi versi, messaggi d’amore che viaggiavano come sussurri nel vento. Con il tempo, i landay hanno conquistato feste, matrimoni e vita quotidiana, diventando strumento di comunicazione, satira sociale e resistenza. E l’amore, nella sua piena sensualità, resta ancora uno dei temi più espressi, come in questi versi:
Farò un tatuaggio con il sangue del mio amante
e farò vergognare ogni rosa del giardino verde.
Per l’amor di Dio, ti darò un bacio.
Smettila di scuotere la mia brocca e di bagnarmi il vestito!
Ti bacerò nel giardino dei melograni. Zitto!
La gente penserà che una capra sia incastrata nel sottobosco.
Vieni, sdraiati coscia contro coscia.
Se sali sopra, non piangerò.
Ahi! Non stringermi così forte:
i miei seni bruciano per essere diventata donna la notte scorsa.
Luna splendente, per l’amor di Dio,
non accecare due amanti con una luce così nuda.
Negli anni Novanta, qualsiasi forma d’arte femminile era vietata: cantare, recitare o danzare poteva costare la vita. Rahila Muska si diede fuoco dopo essere stata picchiata dai fratelli per aver scritto versi su un quaderno; Nadia Anjuman fu uccisa a venticinque anni per il semplice fatto di essere poetessa.
Dopo un breve periodo di libertà, oggi le donne afghane vivono una nuova ondata di silenzio imposto: l’istruzione femminile è stata vietata oltre la sesta classe, i corsi di ostetricia chiusi, le università ripulite dai nomi delle autrici. Sono state escluse da parchi, palestre e spazi pubblici; le hanno letteralmente murate in casa, vietando loro l’accesso a parchi, palestre e saloni di bellezza. Non possono pregare ad alta voce; alcune sono state arrestate per aver mendicato, e le ONG con personale femminile sono state costrette a chiudere. In Afghanistan i Talebani non vogliono soltanto reprimere le voci femminili, ma puntano direttamente alla loro cancellazione: sono stati infatti rimossi i libri scritti da donne dal sistema di insegnamento universitario del Paese.
In questo scenario di oscuramento, i landay rappresentano un modo per esistere e resistere. Le donne che li creano — spesso analfabete — trasformano la sofferenza in canto, il silenzio in parola, la paura in coraggio, raccontando storie di amore, desiderio, scherno, ma anche denunciando la violenza quotidiana che sono costrette a subire, come nei seguenti landay, che colpiscono per la loro forza e verità:
Mi hanno dato a un vecchio con la barba bianca.
Le mie urla non hanno eco tra le montagne.
Non posso recitare poesie davanti ai miei fratelli;
quando parlo di ciò che spero e desidero, mi picchiano.
Mi hanno bruciata perché ho amato.
Ma il fuoco non sa che accende anche la mia canzone.
Mi coprono di veli, ma non di silenzio:
le mie parole corrono più veloci del vento.
Mi hai picchiata, ma la mia voce resta.
Ti perseguiterà nei sogni come un tamburo di guerra.
Ps. La foto è di è parte del progetto Le donne atlete afghane con cui Ebrahim Noroozi, grande fotografo iraniano ha vinto il secondo premio della World Photography Organisation. Così viene da lui descritto: “Diverse donne e ragazze che praticavano sport posano per i ritratti con l’attrezzatura degli sport che amavano. Nascondono la loro identità con i burqa che hanno detto di scegliere a volte quando escono e vogliono rimanere anonime ed evitare molestie. Il divieto di praticare sport è solo uno dei modi in cui i Talebani hanno bloccato la vita di ragazze e donne dalla loro presa del potere nell’agosto 2021. Hanno anche impedito alle ragazze di frequentare le scuole medie e superiori; hanno ordinato a tutte le donne di essere espulse dalle università; hanno fortemente limitato la possibilità delle donne di lavorare fuori casa; e, nel novembre 2022, il Ministero della Virtù dei Talebani ha proibito a donne e ragazze di andare nei parchi o in palestra.”
Fonti e riferimenti sui landay
- Eliza Griswold, I Am the Beggar of the World: Landays from Contemporary Afghanistan, Farrar, Straus and Giroux, 2014.
- Poetry Foundation, Landays: Poetry of Afghan Women (raccolta online).
- Pulitzer Center on Crisis Reporting, Poetry of Afghanistan’s Women.
- The Christian Science Monitor, “Afghan women write powerful poetry – even amid war”, 2013.
- Dawn Pakistan, “Landays by Afghan Women: Voices of Resistance”, 2016.

