LO SCAFFALE DELLE POETE – “SORELLE DI CONFINE” di JONIDA PRIFTI

Cresciuta tra la cacca di Mira, misto di grano e granturco, estratto di latte puro di mucca:
libero l’immensa proprietà.

Cos’è la Libertà?
Se non la corsa di un bambino, con i piedi punti dalle spine dell’erba.

Intanto le zanzare si nutrono del sangue che scorre tra le ringhiere,
arrugginite dal troppo piovere.
Insipide zanzare migratorie, riportano la terra del mio appetito.
Tempo fa abbiamo fatto un patto.
La mia impetuosità ti ha addolorato.
I motteggiamenti d’eccesso mi sconfortano, l’anima rossa e nera, uccidono.

Da Frenabile (inedita, 2003/2007)

Quattro anni fa partecipai a un concorso di racconti. Ne avevo letto sulle pagine di Leggendaria e avevo giusto una storia che attraverso il profumo delle mele cotte entrava nella vita di un’adolescente. Per due anni non ne seppi niente. Mi ero già messa il cuore in pace, quando mi arrivò la mail: il tuo racconto è stato scelto per entrare nell’antologia DONNE CHE RACCONTANO STORIE. Ci volle un altro anno di attesa e poi finalmente arriva il libro. E da lì è iniziata la girandola delle presentazioni: Parma, Libreria delle Donne di Milano, Centro di Documentazione delle Donne di Bologna, casa delle Donne di Roma, il Giardino dei Ciliegi a Firenze. Giusto per citare i luoghi più noti. (Manca la casa delle Donne di Padova, ma arriveremo anche qui).
Ora, tuttə raccontano storie, noi donne poi siamo speciali nell’intessere vicende, le librerie sfornano libri uno dietro l’altro, ma creare occasioni in cui un gruppo di donne si ritrova in luoghi diversi d’Italia per via di una semplice antologia di racconti, non è cosa da poco.
Dietro questa magia ci sono tre donne: Daniela Rossi, femminista di Parma, attivista e performer, affiancata da Francesca Serafini, scrittrice e docente di scrittura, e Elisa Pellacani, della casa editrice Consulta, artista, creatrice di deliziosi libri illustrati.
Tre donne, ma l’anima che ci tiene insieme, noi 23 autrici sul filo di un racconto, e ci fa prendere il biglietto del treno, e prenotare una stanza, per ritrovarci tutte – o quasi – con il libro in mano a leggerci e ascoltarci, e inoltre, attraverso una chat ci invia ogni giorno suggestioni, inviti, è DANIELA ROSSI, con la sua aria di eterna ragazza francese, la frangetta, i capelli lunghi.
Grazie a lei ho letto e amato una poeta formidabile, come Patrizia Vicinelli (ne ho parlato nella NL 62, febbraio 2025) e altre poete che con i loro versi e le loro vite, mi hanno aperto degli orizzonti, fatto sognare e nutrito.

L’ultima è JONIDA PRIFTI, che Daniela Rossi ha presentato a novembre alla Libreria dei Diari di Bordo-Libri per viaggiare (sì, esiste a Parma una libreria con questo bellissimo nome).
Jonida Prifti, nata a Berat nell’82, poeta, performer, operatrice culturale e traduttrice dall’albanese, a diciannove anni si è trasferita dal suo paese, l’Albania, a Roma, dove vive tuttora. Con la raccolta CONSORELLE DI CONFINE è risultata finalista al premio Strega.

CONFINE
Le poesie di Jonida parlano di nostalgia del luogo d’origine, difficoltà dell’emigrazione, identità che si divide ma anche si arricchisce, attraverso immagini chiare: la strada, la frontiera, la valigia, la casa che si lascia e quella che si trova. La difficoltà di vivere tra due mondi, Albania e Italia, passato e futuro, è uno dei temi dominanti della raccolta: ma proprio in quella zona di confine le lingue si parlano, le storie comunicano.

SORELLANZA
Con una voce — a tratti dolente, a tratti ribelle — Prifti restituisce spazio a donne ignorate dallo smemorato fluire della storia che tornano a parlare attraverso i suoi versi in una sorellanza fatta di solidarietà più che di sangue, dove la forza femminile contro la violenza e l’esclusione è un legame che supera i confini geografici.

“Queste donne sono venute a trovarmi improvvisamente, dandomi una scossa, e sono stata trascinata dalla loro storia.” Così afferma Jonida Prifti in un’intervista in cui racconta che l’ispirazione per il poemetto d’apertura le è nata da una targa a Sabaudia, vicino a Roma, in ricordo delle  PORTATRICI CARNICHE: donne che durante la prima guerra mondiale portavano nelle loro gerle munizioni e vettovaglie ai soldati. Facevano viaggi lunghissimi e molto pericolosi, rientravano a casa la sera, sole. Jonida dà voce a una di loro, Maria Plozner, uccisa da un cecchino austriaco.
Annia invece, protagonista di un’altra poesia, era una donna dell’alta aristocrazia romana e moglie di Erode Attico. Suo marito inviò un sicario per ucciderla, all’ottavo mese di gravidanza.

Tola è invece una bambina che per la prima volta capta alla radio dei segnali in una lingua straniera e rimane meravigliata dell’esistenza di un mondo altro rispetto a quello che lei conosce.
Lo ammetto: adoro quando pezzi di realtà dimenticata tornano a galla tramite la riga di un verso. È qualcosa che mi fa pensare alle ama giapponesi, le donne del mare che si immergono fino a 30 metri di profondità per riportare a galla una perla. Perché questo è per me la poesia, l’elaborazione in apparenza fulminea di una sofferenza o di una difficoltà, fino a farla diventare qualcosa che brilla.

Qui, in calce, alcune poesie dalla prima sezione di “Sorelle di confine” di Jonida Prifti con un’avvertenza: sono distillati che vanno assaporati con lentezza, lasciando che ogni parola si depositi in noi e distenda la sua eco.
Buona lettura.

GUARDIANA

Disturbo dal ricordo
allargata raggiera
così, in sosta dal senso di dire
in quale forma sono?

Una testa di chiodo
orma, attorno all’ultima ferita
un pezzo di polmone
ridurre, dal peso in diffusione

per mezzo di voci si ripercuote
dalle fonti di collo
m’arriva l’urlo
alla sua sonnolenza improvvisa

nebbia, dal fondovalle
detrito di un sole
eclisse indolente, prosciugarsi
in alba persa, allungo confini

sprofondarsi, dentro strati di neve
innevato tronco in zona di zèi
detergo fronti caldi
guardiana d’un tratto in disuso.

 

LE CARNICHE

Cippo in là, limiti
via sonante fluviale
di resti confinari, le Carniche
a disseminare, grammi di pelli
per flusso ematico, invocano

catene calcaree, vette in su
roccia compatta, fiori a contatto
pensiero circolare
con la morsa sul piede
verticale passo, di vita breve

fiocco lento, pura radiosa
sacerdotessa, vestale erboso
dal monte Peralba, traina l’ululo
per il campo rosso, ripido pendio
percuote da torrenti rovesciati
a sciogliere la breve mia comparsa.

 

PICCOLE CARCASSE

Dalle rive opposte, sotto asse
sdentati passaggi di lampo per due
sottratto fondo storto
nel sogno, la grotta pare cartone

se ad avanzare possiamo in tre
muscolo triangolare
attecchire labbra insieme secche
di solitarie lingue in sospeso

tra denti neri duole
l’idea del domani notturno
quale sostanza a riempir potrebbe?

Se a non liquefare d’inverno
di retrovie, sul Carso
demarcazione, in prima linea
ossario tempio aggiunge distanza
del travestire piccole carcasse.

 

NOVECENTO NOVANTA NOVE

Ferro cavato in tasca di bronzo
quantità di raggi sulle pupille
ascensione in mille
fuorché, novecento novanta nove

non soldati di mogli portatrici
in serbo a governi
arterie tratteggiate di passaggio
per mulattiere del giorno prossimo?

D’un colpo il cenno
m’agguanta per torso
da gorgheggi finire
su quanti rintocchi irregolari?

 

 

 

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