LO SCAFFALE DELLE POETE – Josephine Bacon, la donna che racconta

 

Ho così tante pieghe sul mio viso
Ognuna delle mie rughe
Ha vissuto la mia vita
Oggi sono la donna degna
che racconta

Ho un piccolo sogno. Tutte conosciamo il valore di una poesia: la magia di un verso che condensa sogni e timori, fa urlare di gioia come di rabbia, incita alla resistenza e alla lotta. Tutte amiamo ascoltare un ritmo che ci porta fuori dall’abitudine, fa alzare lo sguardo, ci rende più partecipi, più inclini a comprendere e a proteggere.
Eppure leggere un libro di poesia dall’inizio alla fine non è cosa diffusa. Forse i libri di poesia vanno tenuti su uno scaffale, per poterli di tanto in tanto sfogliare.
Ecco allora il mio sogno, o meglio il mio progetto: costituire, all’interno della biblioteca della CDDP — un po’ trascurata in questo momento, a dire il vero — uno scaffale di poete, da arricchire di volta in volta con i testi dell’autrice di cui parliamo nella NL.
Inizio da Josephine Bacon, perché la sua voce parla con urgenza al nostro presente.

Josephine Bacon è una poetessa innu, appartenente a un popolo indigeno del Canada orientale (Labrador e Québec). Il termine Innu, nella lingua innu-aimun, significa “essere umano”.
È nata a Pessamit, una riserva indiana sull’estuario del fiume San Lorenzo. Cercando immagini di questo luogo, mi ha colpito una fotografia che sembra uscita da un quadro di Hopper: casette di legno, colori pastello, un cielo sconfinato, una strada, un’auto ferma. Un’immagine di provvisorietà umana di fronte alla vastità della natura, che invita al silenzio e all’ascolto.
La raccolta Innue porta nel titolo il segno del femminile francese: è una voce di donna, nomade, il cui corpo e il cui passo sono stati consumati dal tempo e dal cammino.
La terra e l’erranza sono i due assi portanti della poesia di Josephine Bacon. L’erranza come stato originario dell’essere umano, che trova senso solo nel percorrere la terra in cui è nato, e che può( o deve) abbandonare ma alla quale sente sempre il bisogno di tornare.
Le sue poesie sono scritte in innu-aimun, lingua dell’oralità che Bacon ha scelto di trascrivere e preservare, con testo a fronte in francese. La doppia appartenenza — linguistica e culturale — attraversa i suoi versi e restituisce l’inquietudine di chi vive tra due mondi.

Quando si vive in una terra, si parla la lingua dei laghi, dei fiumi, dei licheni, del muschio e delle montagne. Quando si è nomadi, il vocabolario non è lo stesso di quando si è sedentari, perché l’ambiente non è più lo stesso.[…] Quando si vive in una riserva non si parla più di fiumi, non si parla più di laghi, non si parla più di montagne: si parla del frigorifero, che magari è rotto, o della lavatrice…”

Per gli Innu, Nushimit è la terra degli antenati: mare, fiumi, tundra a perdita d’occhio. È lo spazio del rito, dell’incontro, ma anche della perdita, quando si è costretti ad allontanarsi dalla propria origine.
Eppure Nushimit accoglie chi torna come se non se ne fosse mai andato, perché i tempi della terra sono geologici, non umani. Così si rimargina la ferita che tutti i migranti portano con sé.
Il nomadismo, nella poesia di Bacon, non è precarietà ma apertura dello sguardo: attraversare senza possedere, abitare senza dominare. Leggendo i suoi versi ho sentito un respiro più ampio accompagnarmi, e la consapevolezza che nella transitorietà della vita non c’è nulla da temere. Apparteniamo a qualcosa di più grande che continua ad alimentarci, a generare cammini, vite e speranze.

“Oggi sono da qualche parte nella mia vita.
Appartengo alla razza degli anziani.
Voglio essere poeta della tradizione orale, parlarne come gli Anziani, i veri nomadi.
Non ho camminato Nushimit, la terra.
Me l’hanno raccontata. Ho ascoltato le mie origini.
Mi hanno battezzata d’acqua, di lago puro.
Uno dopo l’altro ci lasciano.
Con loro se ne vanno le parole di tundra, le correnti dei fiumi e la calma delle foglie.
Mi sento l’erede della parola, dei loro racconti, del loro nomadismo.
Come loro ho camminato la tundra, ho onorato il caribù.
Da qualche parte, una roccia su una grande roccia indica la mia presenza.”

Il libro è disponibile per il prestito presso la biblioteca della CDDP. La traduzione in italiano è a cura di Francesca Maffioli.
Ringrazio Ilaria Durigon, raffinata lettrice e animatrice della Libreria delle Donne, per avermelo suggerito.
Chiudo con una poesia di Josephine Bacon.

Tu parli di stelle
Io ti parlo di fiumi
Tu parli d’astri
Io parlo di laghi
Tu parli d’infinito
Io parlo della tundra
Tu parli d’angeli
Io ti parlo di aurore boreali
Tu parli dei cieli
Io ti parlo della terra

Per chi vuole sapere qualcosa in più su questo poeta consiglio il seguente articolo:

https://ilmanifesto.it/josephine-bacon-la-tundra-e-i-suoi-incantamenti

 

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