LO SCAFFALE DELLE POETE – IL CORPO DI ALDA MERINI: Adriana Ferrarini, Newsletter 77 marzo 26
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta
Il corpo di Alda Merini
Ritorno ad Alda Merini a partire da un libro di fotografie.
Alda è seduta sul letto. Il seno è scoperto, enorme, pesante; il ventre gonfio, segnato da macchie.
Tra le dita tiene una sigaretta. Al collo le penzolano perle di bigiotteria, al polso un bracciale, orecchini vistosi.
Lo sguardo di Alda è disarmato. Non c’è posa, non c’è seduzione studiata. Solo esposizione.
Questo non è un corpo addomesticato, né politicamente corretto, né allenato a resistere al tempo.
Non è un corpo “esemplare”, da esibire come prova che si può invecchiare restando sempre giovani e attraenti.
È il corpo di una donna vecchia, con le sue rughe, le pieghe di grasso, il gonfiore. Un corpo che non cerca di nascondersi, perciò disturba.
In un tempo che pretende corpi femminili levigati, silenziosi, performanti, questo corpo resta uno scandalo. È vecchio, ingombrante, debordante, eppure ancora vivo di desiderio e piacere.
Alda Merini nasce a Milano nel 1931 e parla da una città popolare, ferita, viva.
Scrive in italiano, ma in una lingua percorsa dalla follia, dall’istituzione manicomiale, dall’esperienza radicale del corpo e in dialogo continuo con il mito, cioè con quelle figure che riconosciamo sempre, perché più antiche di noi, ancestrali, ci parlano tramite l’inconscio.
La sua voce nasce ai margini — della salute mentale, del canone, del decoro — e proprio da lì si impone come centrale. Non parla “di” follia: parla da dentro una vita più volte esclusa.
La follia, il manicomio, la casa, il dolore, ma soprattutto il corpo — «ludibrio grigio / con le tue scarlatte voglie» — attraversano la sua poesia.
Il corpo è per Alda Merini incarnazione dell’amore come forza sacra e distruttiva e del piacere femminile detto senza metafore rassicuranti.
Un corpo desiderante, esposto, vulnerabile, mai pacificato, parte di quello più grande della natura che quindi può diventare ramo, come anche tempesta, agnello sacrificale o un uccello dal bianco ventre gentile.
Folli pupille
troppo aderenti al ciclo dell’Amore
lasciando adesso che le vene crescano
in intrichi di rami melodiosi.
Nel libro Colpe di immagini, Giuliano Grittini non costruisce un’icona: attraversa una vita.
Così Alda Merini ci appare mentre maneggia banconote tra dita grossolane, come una vecchia fattucchiera o una popolana antica dai lineamenti segnati, circondata da visi giovani, leggiadri e anonimi. Il fotografo la segue nel suo appartamento che rigurgita di carte, libri, scritte sui muri; la ritrae con l’immancabile sigaretta tra le dita grassocce, la bigiotteria vistosa a cui era affezionata.
Alda è distesa a letto con il telefono in mano, entra dal macellaio, posa accanto a Sophia Loren, Carla Fracci, Aldo Giovanni e Giacomo, Ligabue; è sui Navigli che amava, in libreria, alle premiazioni, in bagno, in cucina.
In questo modo dimesso e quotidiano Grittini sceglie di “immortalarla” — uso questa parola con molta ironia — lasciando che il corpo resti esposto, disturbante, non corretto.
Alle fotografie si affiancano brevi liriche: frammenti di poesia che non spiegano le immagini, ma le accompagnano nel loro disordine.
Accanto a quella a torso nudo, dove Alda è una divinità terrestre, perfetta nella sua imperfezione, questi versi:
È certo, amore,
il corpo è una merce che scade.
Il corpo parla ma non chiarisce proprio niente,
e intanto la mia carne si affloscia e brucia
come un’organza disordinata.
- Alda Merini, Colpe di immagini, Vita di un poeta nelle fotografie di Giuliano Grittini si può trovare nella biblioteca della Casa delle Donne di Padova

