LO SCAFFALE DELLE POETE – Perché scrivo poesie

Mi sento in imbarazzo a parlare di me. È che due settimane fa ho vinto un premio di poesia e mi sono trovata tra le mani un libriccino prezioso, con il titolo La vanità del cielo e sopra il mio nome. La mia gioia è stata così grande che voglio condividerla con voi, cercando di rispondere a una domanda: perché scrivo poesie?
Già, perché? Cercherò di spiegarlo a me stessa, per prima.
C’è un gioco che tutte le bambine (e i bambini) del mondo amano: nascondere il viso dietro le mani e poi riapparire dicendo “cucù”. Possono andare avanti per ore senza stancarsi. La gioia sta nel ritorno di ciò che, per un istante, sembrava scomparso.
La vita, purtroppo, è fatta di continue sparizioni: da quelle piccole — gli oggetti perduti — a quelle insopportabili, le persone amate. Dovremmo abituarci, ma non è così: al dolore non ci si abitua mai. Perciò, quando ciò che credevamo perduto ritorna, siamo come bambini: beati.
La poesia lavora su questo, come un incantesimo: fa tornare le parole, le dispone in un ritmo, crea attesa e riconoscimento. La rima — dolore e amore — è una promessa di ritorno. Allitterazioni, iterazioni e ritornelli, come nelle canzoni, hanno lo stesso scopo.
Per questo scrivo: ho fiducia nelle parole, nei loro silenzi, nella musica che portano dentro, nella loro promessa di ritorno.
Le parole possono dire desiderio, rabbia, gioia; possono essere lievi o gridate. Possono farci riconoscere.
Sono potenti. Possono persuadere, esaltare, ferire. E anche ingannare, certo. Le donne conoscono bene questa duplice forza, perché da sempre insegnano la lingua. Sono le prime a nominare il mondo per chi arriva: indicano le cose, danno i nomi, trasmettono significati. Introducono all’umano.
Ma proprio per questo possono anche spostarlo. Se la lingua apre il mondo, allora può anche cambiarlo. Possiamo forzarla a dire ciò che non è ancora stato detto, a nominare ciò che è rimasto invisibile, a dare parola all’esperienza di chi è stato escluso — le donne per prime, o per ultime che siano — entrando in un territorio in cui le gerarchie contano meno.
La poesia, per me, è la ricerca di un luogo non di dominio, ma di relazione tra noi e tutti gli altri esseri che popolano la terra. Il luogo dove il “mio” e il “tuo” smettono di essere possesso e diventano riconoscimento. Non a caso una stessa parola, “verso”, indica la riga della poesia ma anche il suono degli animali.
Noi donne abbiamo molte parole da dire, e non solo per raccontare: per creare un mondo più giusto e abitabile.
Per questo scrivo poesie.
https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/poesia-il-premio-serra-ad-00339d77
PS. 1.La scritta sulla serranda di un garage è dell’artista CAOS|Dario Pruonto
PS. 2. In calce due poesie dalla raccolta.
se anche tu non fossi perfetta
come lo sono le pesche, le prugne, le albicocche
se le tue labbra non fossero
del rosso esilarante delle fragole,
se non si lasciassero mordere come susine
se la tua bocca non fosse allegra nel riso
come l’anguria in un caldo giorno d’estate
se le tue mani non fossero
più dolci delle fragole
e alle tue orecchie non potessi appendere
coppie di ciliegie
e poi morderle e lasciare che il succo scuro
mi bagni il mento
come sangue
amerei in te il tuo buio
il mio oscuro destino
il mio inverno
la fame
la gioia
west reservoir centre,stoke newington
lasciamo
che i rossi tulipani
nei loro cortili
che le gazze insolenti
i fulgidi pettirossi
che le tenere foglie dell’ippocastano
lasciamo siano loro oggi
a cantare per noi
la canzone della primavera
lo stupefacente fiorire
d’anno in anno
immemore
e le anziane donne che nuotano
in un gelido stagno a nord di londra
sotto l’occhio vetrato dei grattacieli,
e i venditori di kebab
e gli autisti di uber
fieri del silenzio dei loro elettric car
sfiancati dal costo
dell’expensive london life
che siano loro
ad allontanare cantando ogni dolore
lasciamo che il profumo di spezie e arance
e l’odore di spazzatura
e gli sputi e le chewing gum
lungo i marciapiedi affollati alla sera
vuoti nel primo mattino
lasciamo siano loro
a cantare questa canzone
poi certo anche noi
ci uniremo al coro,
soffiando fuori il dolore
schiarendo la voce
lasciando che le note escano
– fertili e umili e fiere –
del verde splendente dell’erba
e tutto l’in/utile
dolore del mondo
nel vento moduli il suo lamento.
e così si sciolga nell’aria
e si uniscano a sopraggitto i punti di gioia,
così ci riconosciamo
– anche nell’odio –
uguali
umani. donne. bambini.
due gambe due braccia una bocca.
solo una bocca.
e il vento che passa dalle ali
stonate di un gabbiano
è la stessa che titilla
le nostre corde vocali

