LO SCAFFALE DELLE POETE – LA VESTE ROSSA DI ANNE SEXTON – Newsletter N.80
No, non proprio rossa,
ma del colore di una rosa che sanguina.
Sapevo ben poco di Anne Sexton prima di vedere un suo vestito rosso, in mostra a Londra, pochi anni fa.
Adesso so che arrivava sempre in ritardo. E, per vincere il panico beveva. Poi saliva sul palco, si toglieva le scarpe, accendeva una sigaretta e cominciava a leggere. Negli anni Sessanta, negli Stati Uniti, i poeti si esibivano come rockstar e Anne Sexton era una rockstar.
Nessuno, guardandola sul palco, avrebbe immaginato che la poesia fosse arrivata nella sua vita attraverso la malattia.
Nata nel 1928 in una famiglia alto-borghese e benpensante, Anne sembrava destinata a incarnare il sogno americano della moglie e madre perfetta. Ma, poco dopo la nascita della seconda figlia, qualcosa in lei si spezza. Da lì iniziano i ricoveri, le cure, i farmaci.
Dirà di essere stata una vittima dell’American Dream, dell’ideale della casalinga perfetta.
Grazie al suggerimento di un medico, inizia a scrivere poesie: Anne parlerà di una sorta di rinascita a ventinove anni.
«Psicopatici e poeti, questa è la mia gente», scriverà.
Anche la sua vicina di casa, la poetessa Maxine Kumin, appartiene a quella gente. E così inizia un sodalizio che durerà per tutta la loro vita. Le due donne lavorano quotidianamente ai rispettivi testi, correggendosi a vicenda in una specie di laboratorio domestico.
Anne pubblica una raccolta dopo l’altra. Con il successo arrivano i soldi, gli amanti, la fama.
Ma la malattia non se ne va e, sempre più dipendente dall’alcol e dai farmaci, sempre più esposta agli sbalzi d’umore e alla disperazione, è sempre più sola. Continua a scrivere furiosamente e nei suoi versi entrano il corpo femminile, il desiderio, la maternità, la malattia mentale, il suicidio, Dio. Temi che fino ad allora le donne avevano raramente affrontato in modo così diretto.
In Trasformazioni, la sua celebre riscrittura delle fiabe dei fratelli Grimm, si definisce «una strega di mezz’età». È una definizione che le assomiglia: ironica, feroce, teatrale.
Il 4 ottobre 1974 dopo, aver corretto, sempre con l’amica Maxine le bozze di Remare contro Dio, la raccolta che uscirà dopo la sua morte, indossa una vecchia pelliccia della madre, si chiude nel garage, sale in automobile, accende la radio e il motore.
Muore per avvelenamento da monossido di carbonio.
Il vestito rosso, in mostra Londra, era uno degli abiti che Anne Sexton indossava durante le letture pubbliche. O meglio una copia, dal momento che quello vero, trovato nell’armadio, l’aveva indosso quando venne cremata. Così avevano deciso le figlie dal momento che nessun vestito avrebbe potuto rappresentarla meglio.
Una copia, ho detto, ma dello stesso rosso folgorante. E io, a guardarlo, non ho pensato alla poetessa, né alla leggenda della donna maledetta, ma a loro, alle figlie. A cosa significhi avere una madre così: straordinaria, brillante, amata da migliaia di persone e insieme incapace di salvarsi.
Forse è questo che continua a interrogarmi di Anne Sexton. Non soltanto la sua poesia, non soltanto la sua follia, ma il prezzo che una donna paga per diventare pienamente sé stessa. E il prezzo che pagano anche coloro che le stanno accanto.
E ho pensato che, se oggi possiamo permetterci di essere un po’ meno perfette, un po’ meno silenziose, lo dobbiamo anche a donne come Anne Sexton.
In calce lascio Versi per una camicia da notte rossa.
No, non proprio rossa,
ma del colore di una rosa che sanguina.
E’ un fenicottero sperduto,
da qualche parte detto Rosa Schiaparelli
e non direi rosa, ma color sangue
caramella cuoricini di cannella.
Ondeggia come mantelli negli impeccabili
villaggi di Spagna. Direi una falda
di fuoco e disotto, come un petalo,
una guaina rosa, tersa come pietra.
Direi una camicia da notte di due colori
e di due falde che fluttuano dalle
spalle le membra fasciando.
Per anni la tarma li ha bramati
ma questi colori sono cinti da silenzio
e animali larvati ma brucanti.
Si potrebbe immaginare piume e
non averne cognizione. Si potrebbe
pensare alle puttane e non figurarsi
le movenze di un cigno. Si potrebbe
immaginare il tessuto di un’ape,
toccarne i peluzzi e avvicinarsi all’idea.
Il letto è devastato da tali
dolci visioni. La ragazza è.
La ragazza spicca aleggiando
dalla camicia da notte e dal suo colore.
Ha le ali legate sulle
spalle come bendaggi.
Adesso la farfalla la possiede,
copre lei e le sue ferite.
Non l’atterriscono
begonie o telegrammi ma
certo questa camicia da notte ragazza,
questa mirabile creatura alata, non si avvede
di come la luna l’attraversi
fra due falde galleggiando.

