LO SCAFFALE DELLE POETE – JOYCE LUSSU, La poesia utile di una partigiana – Newsletter N.78

 

Chi ha detto che la vita è breve?
Non è vero niente
La vita è lunga quanto le nostre azioni
generose
quanto i nostri pensieri
intelligenti
quanto i nostri sentimenti
disinteressatamente umani.
La vita
è infinita

Joyce Lussu, la poesia utile

Se oggi tutte conosciamo il nome di Nazım Hikmet e magari abbiamo letto la sua poesia più famosa, La vita è una cosa seria, lo dobbiamo anche a una donna il cui nome compare spesso in piccolo, tra parentesi: Joyce Lussu.
Dopo aver combattuto nella Resistenza accanto a Emilio Lussu, Joyce capisce che la guerra non è finita: ha solo cambiato forma. In Sardegna, dove si è trasferita, sono urgenti i bisogni concreti — l’acqua, le case, i corpi delle donne.
Altrove, nel mondo, altri popoli stanno combattendo contro il colonialimo.
È lì che la poesia è ancora uno strumento di lotta, utile “a una persona, a un popolo, a una causa”.
Così incontra Nazım Hikmet, il grande poeta turco, che dopo anni di carcere vive in esilio.
Conosce anche la moglie di Hikmet, Münevver Andaç, bloccata invece da anni senza documenti a Istanbul, sorvegliata, isolata con i figli: una moderna Penelope in attesa del suo Ulisse.
«Le Penelopi mi appaiono soggette a una ingiustizia […] che stimola la mia rivolta», scrive Joyce, e subito si mette in moto.
Negli anni della guerra contro il nazifascismo ha imparato a falsificare documenti, cambiare identità, patire la fame, vivere in alloggi di fortuna: sa come fare. Ci vorranno mesi, lunghe attese, momenti di sconforto. Tra barconi, treni e travestimenti arrivano fino a un motoscafo che dovrebbe portarle in salvo: l’imbarcazione si schianta contro uno scoglio e affonda. Si salvano per caso, ma alla fine Münevver, grazie a Joyce, riesce a lasciare il paese e ritrovare il marito.
Anni di indolenza politica e di assuefazione a una democrazia data per scontata ci hanno abituato a pensare la poesia come qualcosa di separato, quasi un esercizio di stile, intimo e innocuo.
La vita di Joyce Lussu dice il contrario: la poesia è lotta, è presa di posizione, è parola che interviene nel mondo.
E insieme mostra qualcosa che il femminismo avrebbe poi nominato con chiarezza: che il privato e il politico non sono mai separati. Nella sua vita, l’esperienza più intima entra nella storia, e la storia attraversa il corpo, gli affetti, le scelte.
Lo si vede anche nel modo in cui racconta se stessa, con semplicità e ironia: «l’ironia ti arriva da una sicurezza di te […] una persona spaventata o servile non potrà mai essere ironica».
Così racconta l’aborto cui è costretta, da clandestina in Francia con Emilio Lussu: «Ho dovuto rivolgermi a un’orrenda megera […] volevo distruggermi, insieme alla figlia mai nata
Anni dopo avrà un figlio, Giovanni, che spesso deve lasciare per il lavoro politico.
«Avrei dovuto trovare la bilancia giusta, affinché l’amore personale e la vita ideale si fossero alleati senza farsi male
Per questo la sua poesia resta semplice, diretta, senza ermetismi: vuole essere capita, circolare, essere utile.
È una sferzata di fierezza e libertà.
Altre vite sono possibili.

Tra i suoi libri: Fronti e frontiere e Padre padrone padreterno.
E per avvicinarsi alla sua vita, La Sibilla di Silvia Ballestra.
Le tre poesie che seguono sono tratte da Inventario delle cose certe: già il titolo è emblematico.

 

Che cos’è la poesia?
Non è un problema
difficile da risolvere.
Basta andare in giro con un pezzo di carta
su cui sono tracciate parole
in righe diseguali
e chiedere al primo che passa
scusi, legga, le sembra una poesia?
Se il primo passante
è recalcitrante
si prova con un altro
e alla fine magari con qualche parente
vicino o lontano
con qualche conoscente o amico devoto.
Uno si trova sempre
che dice: è una poesia
certo, che vuoi che sia,
è bella, non c’è male.
Dopo questa verifica
si può andare a riempire un altro foglio
di righe disuguali
e cominciare da capo.

 

La poesia
è una bugia
che sembra più vera del vero
più vera della politica
della psicologia
e anche della matematica
è una menzogna
detta con estrema convinzione
e passione
uno specchio trasparente
fragilissimo e deformante
che appare solido come la tavola
cui s’aggrappa il naufrago
un catarifrangente
notturno che brilla solo se lo illumini coi fari
e subito sparisce nel buio.

 

Se fossi un calzaturiere di Montegranaro
ti regalerei un paio di stivali
favolosi di pelle morbidissima
se fossi un antiquario
avrei tenuto in serbo un prezioso scrittoio
Luigi quindici o sedici o Filippo per dartelo
ma essendo solo un’iscritta al sindacato scrittori
non posso darti che un po’ di parole
scritte a macchina su un foglio normale
in occasione dei tuoi sponsali
o nozze o matrimonio che dir si voglia.

 

 

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