30 Giugno 2026,   36° trentaseigradi… TRENTASEI. Visita guidata “Padova al femminile”Appuntamento sulle scalinate di Santa Giustina. Ci arrivo in bicicletta, col caschetto salvacucuzza. Il sudore mi scende lungo le tempie, dalla fronte segue la linea del naso… mentre pedalo lungo via Roma, non so come, mi vengono in mente parole come “sincope”, “malore”, “infarto”, “colpo apoplettico”, “colpo di calore”, ”collasso” “lipotimia”, “coccolone” ma ce la faccio: sbuco in Prato della Valle.

Sulle scalinate di Santa Giustina ci batte il sole! In un angolino all’ombra scorgo un gruppetto di persone, mi metto ad aspettare con loro. Chi relaziona è una signora coltissima, preparatissima. Rosanna Torresini, guida autorizzata di Padova e provincia.

288- 304 d.C.   Padova, esordisce la guida, è una città che nasce al femminile. Santa Giustina la conosciamo tutte come protomartire, i Veneti antichi come loro referente dal punto di vista religioso avevano una figura femminile, quindi era una società matriarcale, una visione della vita che poi viene fagocitata dai Romani e diventa una società patriarcale. Lei, Santa Giustina, tutto proteggeva, quindi ricopre un ruolo tanto importante: era la madre terra, la vita, la salute e quindi capiamo che i veneti antichi prediligevano il mondo al femminile. Secondo gli archeologi Giustina è la conoscenza, era la conoscenza. Erano le donne che insegnavano anticamente, erano loro che sapevano usare gli stili per scrivere uno strano alfabeto che dette parecchi grattacapi agli studiosi, perché si confuse con quello degli Etruschi. Sicuramente il mondo degli etruschi e quello dei celti vennero a contatto, e poi con i veneti antichi, i paleoveneti come lei.

Santa Giustina diventa la protomartire della città, muore nel 304 a.C. Arrestata durante le persecuzioni anticristiane ordinate dall’imperatore romano Diocleziano, venne portata davanti al prefetto Massimiano, le fu intimato di offrire un sacrificio agli dei pagani. Avendo fermamente rifiutato di compiere l’atto idolatrico, e abiurare alla sua fede cristiana,  link venne condannata a essere trafitta con una spada,  il 7 ottobre del 304 d.C. a 16 anni viene quindi uccisa per essersi rifiutata di rinnegare la propria fede. Venne sepolta nei pressi del teatro Zairo e la sua tomba divenne subito un importante luogo di culto per i primi cristiani.

Santa Giustina diviene co-patrona della città di Padova, il patrono oggi è S. Antonio che arriverà

solo nel 1231. Giustina fa un passo indietro e lascia ad Antonio il compito di proteggere la città.

E’ un tema ricorrente, in tutti gli ambiti, quello di chiedere alla donna di farsi da parte…

Sulla sua tomba sorge la Basilica. E lo scultore Finotti, in occasione del giubileo del 2000 ce la rappresenta sul portale principale come una figura contemporanea. Giustina  è sepolta all’interno dell’altare Maggiore, quindi la tomba non la si vede.

Osservando la porta d’ingresso, la porta di accesso alla chiesa di Santa Giustina notiamo una stranezza: 2 figure maschili, una è San Luca Evangelista, ha in mano la penna d’oca per scrivere, e l’altro è San Prosdocimo, poi sotto abbiamo in piccolo il martirio di Santa Giustina. Un’osservazione nasce spontanea: se è la sua chiesa, è strano che non venga rappresentata sulla facciata del portale.

E’ un tema ricorrente quello di chiedere alla donna di farsi da parte…

Santa Giustina si festeggia il 7 Ottobre, il 7 Ottobre del 1571 ci fu la battaglia di Lepanto, i cristiani nella guerra di Cipro vincono gli Ottomani e Santa Giustina diventa la protettrice di terre e mari, delle isole Greche, Corfù, fino alla Croazia. Venezia per ringraziarla conia una moneta, una  medaglia in onore di Santa Giustina a lei si deve la vittoria sui turchi. La devozione nei confronti di questa santa si estese enormemente.

 

1646 -1684 Non c’è solo Giustina in questa chiesa, c’è anche Elena Lucrezia Piscopia Corner.

Amava studiare, ma non aveva nessun interesse a laurearsi, quindi a dottorarsi perché nello stesso tempo lei diventa non solo dottore, ma anche magistralis, quindi avrebbe potuto insegnare, ma alle donne non era permesso e comunque lei non era minimamente interessata, era una persona piuttosto schiva, tant’è che a 19 anni prese i voti di  oblata benedettina. Conosceva sette lingue perché dedita allo studio con vera passione. A quei tempi lo studio era distinto tra uomini e donne, c’erano le materie per gli uomini e quelle per le donne. Il padre volle che lei seguisse gli studi destinati agli uomini. Studi di filosofia, teologia, greco, latino, ebraico e spagnolo. Ormai nota agli studiosi del tempo, a partire dal 1669 fu accolta in alcune delle principali accademie dell’epoca, non solo in Italia, ma anche all’estero. Quando il padre chiese che la figlia potesse laurearsi in teologia all’Università di Padova, il cardinale Gregorio Barbarigo si oppose duramente, in quanto riteneva “uno sproposito” che una donna potesse diventare “dottoressa”, perché avrebbe significato «renderci ridicoli a tutto il mondo». Nel 1678, a 32 anni, ottenne finalmente la laurea, conseguita però in filosofia e non in teologia, come avrebbe voluto.  Questo traguardo non rappresentò una spinta alla parità del diritto allo studio per le donne; si sarebbe dovuto aspettare fino al 1732 per la laurea in Italia di un’altra donna, la fisica bolognese Laura Bassi.[8]

Lei era nata da una relazione poco ortodossa la mamma era una popolana, il padre, di nobili origini, non aveva perso il titolo nobiliare, ma poiché aveva sposato una donna del popolo la sua discendenza non poteva fregiarsi del titolo.

Quando lui, uomo ambizioso e desideroso di ridare lustro al suo nome, diventa procuratore e procuratore era la carica più importante, al suo confronto il Doge valeva 0, tutto cambia. Erano i procuratori a decidere i destini della Serenissima.

Il Doge era una carica puramente rappresentativa, di gran prestigio certo, ma la carica di procuratore di San Marco era la più alta. Così Giovanni Battista Cornaro Piscopia diventa procuratore, ma non per merito, acquista la carica con 20.500 ducati, e poi fa in modo di far riconoscere il titolo nobiliare ai figli. ma Venezia nulla fa gratis, ci riesce pagando e paga 105.000 Ducati. Un Ducato pesava 3,5 grammi d’oro, con tutto quell’oro compra il titolo per sé e  per i figli.

I quali diventano nobili si, ma Nobili al soldo.

Il corpo di Elena intanto è provato dal grande studio e dalle prove ascetiche a cui si era sottoposta, ella giace spesso per lungo tempo malata, finchè nel 1684 a 38 anni muore.

Il padre si preoccupò in ogni modo di perpetuarne la memoria, fece erigere un monumento nella chiesa del Santo a Padova, appose lapidi nei suoi palazzi di Venezia e di Padova.

Elena viene tumulata nella chiesa di Santa Giustina, la sua tomba non è visibile, perché è posta nella cappella di S. Luca, che è una parte medievale della costruzione, questa parte appartiene alla chiesa, mentre quella che siamo soliti vedere è una costruzione più recente e appartiene allo Stato Italiano. I benedettini sono i custodi della struttura.

L’ambizione del padre avrebbe voluto che fosse sepolta nella Basilica di San Antonio, ma alla fine deve cedere alla volontà della figlia.

Giovanni Battista Corner Piscopia si rifarà con una cenotafio, monumento funebre enorme una sorta di  catafalco. Il cenotafio era costituito da diverse statue in marmi colorati di filosofi, dottori della chiesa, allegorie delle virtù, disposte su più livelli a simboleggiare l’alto valore morale di Elena. Posto di lato all’altare principale, ne impediva la vista

Quando muore il Corner, i francescani demoliscono il monumento e mettono la statua di Elena in deposito.

.

 

1736 -1793 A questo punto entra in scena un’altra donna, Caterina Dolfin. Poetessa, veneziana che vive a Padova. Donna colta, intraprendente, crea un suo salotto di letterati, Anche perché mentre a Venezia si respirava una brutta aria, soffiava ancora l’ inquisizione veneziana che controllava le pubblicazioni e decideva quali libri fossero proibiti, qui a Padova si stava un po’ meglio. Caterina era sposata, ma subito appresso conosce Andrea Tron e farà di tutto per far annullare il suo matrimonio. Il 1772 è un anno impegnativo per lei: riesce ad ottenere l’annullamento del matrimonio; l’inquisizione le sequestra tutti i suoi libri ( aveva una biblioteca notevole); sposa Andrea Tron che diventa Procuratore di San Marco. Lei diventa “procuratoressa” e si preoccupa di acquistare la statua simbolo per lei dell’intraprendenza femminile, la statua di Elena Lucrezia Cornèr Piscopia, la fa pulire, restaurare e porre là dove noi oggi la vediamo: ai piedi dello scalone a Palazzo BO.

Pensate che questa giovane donna, latrona come veniva chiamata, fa in modo che venga fatta una legge che aumenti l’età per diventare monache. Infatti all’epoca era concesso monacare a 7/8 anni.

Vi fu un periodo che a Venezia erano più le donne monacate di quelle sposate perché la famiglia non voleva disperdere il patrimonio e quindi costava meno mandarle fin da bambine in monastero piuttosto che sposarle.

Le monacazioni forzate erano un fenomeno diffusissimo e rispondevano principalmente a tre ragioni: la povertà delle famiglie di origine, la dote ingente da destinare alle donne che si sposavano; l’occultamento di scandali mediante la sparizione di donne ritenute responsabili di comportamenti immorali o lesivi del prestigio della famiglia.

 

Ci spostiamo in Prato della Valle là dove ci sono le statue.

1774 Strada facendo passiamo davanti al ristorante Zairo,che prende il nome dal teatro romano che un tempo sorgeva là dove ora c’è la piazza chiamata Prato della Valle. Affianco alla costruzione dove ora sorge il ristorante vi  sorse una scuola per levatrici ad opera di Luigi Calza. Ovviamente non si chiamavano levatrici a quel tempo. Il parto era vissuto come un evento naturale e molte donne si occupavano di aiutare le puerpere con intuito e un po’ di conoscenza tramandata. Luigi Calza pensa di istituire una scuola. La morte della puerpera e del bambino erano eventi molto diffusi, ed erano messi in conto dalle famiglie. Si pensa quindi di dare un’infarinatura di anatomia e qualche indicazione d’igiene per far meno danni possibile. Qui venivano ragazze ad imparare da tutta la Serenissima Repubblica che poi ritornavano ai loro paesini con un bagaglio di conoscenza.

1350 – 1431 Non si può non menzionare Sibilla de Cetto, insieme al marito danno via ai lavori per la costruzione del nososcomio ma è lei il deus ex machina  perché il marito muore durante i lavori, è lei che porta tutta l’opera a termine, è lei che si occupa di tutto nella fondazione dell’ospedale San Francesco.

Colta, istruita sui classici e fortemente religiosa alla sua morte lascia tutto ai “pauperes Christi”.

 

1855 . 1910 Proseguendo troviamo una stele dedicata a Vittoria Aganoor, poetessa lirica di origine armena.

. La presenza degli armeni a Padova ha radici storiche profonde, famoso è Palazzo degli armeni, che oggi è la sede del palazzo degli ufficiali, quello che si vede proprio lì di fronte, al di là dell’isola Memmia, dando le spalle alla targa dedicata alla poetessa.

La sua era una famiglia benestante, segnata purtroppo da una tragedia, in quanto il padre, la madre e la sorella erano malati mentali, all’epoca era un evento molto difficile da affrontare. E fu Vittoria a farsene carico per tutti i suoi cari.

Vittoria ama studiare e lo studio diventa un po’ il suo rifugio, anche questo personaggio è piuttosto schivo e chiuso, si rifugia e si esprime con delle poesie. Lascia la città di Padova e si sposta prima a Roma, dove partecipa ai circoli letterari della capitale, poi in Umbria, dove conoscerà l’uomo che sposa, un Pompilji una famiglia più che conosciuta, più che importante. Vittoria decide di sposarsi a quasi 50 anni, per quell’epoca era inusuale che ci si sposasse a quell’età. Il suo matrimonio dura 10 anni, perché lei sfortunatissima si ammala di cancro.

Il marito le sarà al capezzale fino alla fine, quando lei muore lui dopo il funerale torna a casa e chiede al personale di non disturbarlo perché ha qualcosa da fare di molto personale.

La servitù ovviamente obbedisce e si ritira, ma poco dopo tutti i presenti in casa sentono un colpo di pistola.

Il deputato Guido Pompilij si suicida perché non vuole sopravvivere alla morte della moglie.

 

 

1737 – 1791 Ci spostiamo sull’isola Memmia, Detta isola perché effettivamente è completamente circondata da quello che è una deviazione del canale Alicorno che ora è stato riportato in parte alla luce quando hanno demolito lo stadio Appiani.

Il promotore di questa deviazione dell’Alicorno fu Andrea Memmo che abitava in un palazzo che si affacciava in quella zona paludosa e acquitrinosa che poi è diventata Prato della Valle. Nella vita di Andrea entra una donna di origini inglesi. Giustiniana Wynne,

Il padre era anglosassone, che rimasto vedovo viene da noi in viaggio, sembra, per dimenticare la moglie perduta. Arriva a Venezia e Venezia è galeotta incontra questa signora, Anna Gazzini, di dubbi costumi, della quale si innamora. Ci fa anche dei figli, che lui riconoscerà e soprattutto permette alla figlia, Giustiniana, di avere una preparazione culturale come quella destinata agli uomini, perché come abbiamo già detto gli studi erano diversi, vi erano gli studi al femminile e gli studi al maschile, Quindi lei frequenta tutte le biblioteche più importanti e più belle di Venezia.

Anche questa giovane ragazza, Giustiniana, entra in contatto con quello che è il salotto buono di Venezia e proprio in questo salotto incontra il Memmo. Tra i due nasce una grandissima storia d’amore, però è una storia che la famiglia di Andrea mette in discussione, per via del passato della madre di Giustiniana.

Andrea ha l’ambizione di diventare procuratore e sposando la donna che ama perderebbe questa possibilità. Quindi costretto a scegliere tra l’amore e la carriera, Andrea sceglie la carriera e infatti più avanti diventerà procuratore straordinario di Padova.

Lo scandalo che ne segue costringe Giustiniana ad allontanarsi da Venezia, vive a Padova, Londra e Parigi.

Si sposa con un conte austriaco molto più vecchio di lei, che la lascia vedova ed ereditiera molto presto.

Con questo matrimonio Giustiniana riesce a crearsi una sua autonomia.

A questo punto Giustiniana si trasferisce a Padova, e non sarà un caso, perché il grande amore vive in questa città .

Di questa storia per molto tempo si è parlato sempre come fosse più leggenda che realtà, finché a un certo punto vengono ritrovate delle lettere a Palazzo Mocenigo.

Una discendente di Andrea Memmo, precisamente la figlia Lucia Memmo, , aveva sposato un Mocenigo e nella soffitta di Palazzo Mocenigo vengono rinvenute delle lettere che testimoniano come l’amore tra i due non si sia mai smorzato, anzi si erano cercati e rincorsi anche dopo la dipartita di Giustiniana.

 

 

1610 -1654 Nei pressi della Basilica di San Antonio, passiamo a parlare di  Lucrezia Dondi dell’Orologio, sposata Obizzi.

Lucrezia Dondi è sepolta all’interno della Basilica di Sant’Antonio, magari ci abbiamo camminato sopra senza accorgercene. Perché quando siamo nella Basilica abbiamo spesso gli occhi alle bellissime volte e non guardiamo cosa abbiamo sotto i piedi.

Lei era una figura molto rispettata, molto amata in città.

Si diceva che fosse anche molto disponibile con le persone, quindi molto caritatevole, il marito era l’esatto opposto, il marito era terribile, non andava d’accordo con i Padovani.

Aveva il suo gruppetto di amici, spesso prendeva in giro i Padovani, anche se lui ormai era diventato Padovano, Ma gli Obizzi sono originali di Lucca, quindi non è che proprio si andasse così d’accordo.

Di lui si dice che fosse un po’ uno sbruffone.

E quando lei viene uccisa nel palazzo della famiglia che è vicino al Duomo dove una volta vi era il Concordi, in via San Martino e Solferino la prima cosa che si pensa è che si tratti di una vendetta nei confronti del marito, quindi il marito dà fastidio, è uno spaccone, è un arrogante supponente e  la prima cosa che si fa  si va ad indagare  tra i nemici della famiglia degli Obizzi.

Però lì non si arriva a capo di nulla.

Una lettera anonima indica come autore dell’assassinio tal Attilio Pavanello, il classico nobile parassita debosciato che non aveva più nulla.

Non aveva più un becco di un quattrino e quindi si attaccava a chi aveva denaro, frequentava assiduamente la casa dell’Obizzi dimostrando di essergli amico e di avere la passione del teatro. Aveva capito che  Enea Obizzi aveva un debole per  il teatro. Infatti il primo Teatro della nostra città è il Concordi e questo lo dobbiamo proprio a Pio Enea. Quindi Attilio dimostra grande interesse per il teatro.

In realtà poco gli interessava, piuttosto era un modo per frequentare questa famiglia nobile e ricca.

Forse scatta qualcosa in lui nei confronti della moglie, che era spesso da sola perché Pio Enea aveva molte proprietà a Ferrara, a Lucca, a Modena, spesso era via e la lasciava da sola. Così sembra che Attilio ne abbia approfittato e una sera si sia recato al palazzo, lo fanno entrare perché persona conosciuta, di fiducia e dice che vuol parlare con la signora.

La signora non lo riceve e lui fa finta di andare via, ma si nasconde da qualche parte in casa e attende faccia notte.

A questo punto si introduce nella camera di Lucrezia Dondi convinto di riuscire a far breccia nel cuore di questa donna. Lei invece reagisce sdegnata, e il Pavanello vista la mal parata e comprendendo che quando arriva il marito è meglio che corra, e che corra veloce e non si faccia più vedere, la uccide.

Una lettera anonima lo indica come autore dell’assassinio, l’Obizzi si convince della colpevolezza dell’ex amico padovano, che dalle prigioni di Ferrara era stato trasferito ai Piombi di Venezia. Attilio era stato bravissimo a negare ogni accusa, anche l’evidenza delle prove (biancheria e abiti insanguinati, manico di rasoio spezzato e altro), a nascondere il suo alibi con il pretesto di essere stato con una dama di cui non poteva fare il nome, a sopportare infine la tortura ai piedi con il “fuoco di san Lorenzo”. Pertanto viene rilasciato e scappa, si allontana da Padova e per dieci anni non si fa più vedere.

Passati 10 anni, sto cretino, perché non possiamo definirlo in un altro modo, decide di ritornare in città e viene riconosciuto. Lui crede che le acque si siano calmate.

Gli amici di Ferdinando, il figlio di Lucrezia, lo riconoscono e riferiscono di averlo visto. Così una domenica Ferdinando lo segue, lo lascia entrare in chiesa e dopo la messa lo aspetta verso Pontecorvo e lo uccide. Ora costretto a scappare sarà il figlio che ripara in Austria dove fece carriera militare e si distinse nella resistenza di Vienna assediata dai turchi.

Verrà sepolto all’interno della Basilica di Sant’Antonio nella tomba della madre

 

 

1523 – 1554 -Tra le statue in Prato della Valle raggiungiamo la statua di Andrea Briosco, detto anche il Riccio per la sua capigliatura folta e riccia

Era stato allievo del Bellano che usciva dalla bottega del grande Donatello. Il Briosco aveva lavorato anche come architetto, ma è nella scultura che eccelle, autore del bellissimo candelabro pasquale che si trova nella Basilica del Santo al lato dell’altare Maggiore. è un’imponente e complessa struttura in bronzo ricca di decorazioni allegoriche e mitologiche.Oggi quel portacero non si usa più, ma un tempo si faceva scendere con una carrucola.

Guardando attentamente la sua statua Ai piedi troviamo una squadra, un livello, un martello ed alcuni scalpelli, e curiosamente un  busto che rappresenta  una figura femminile, l’effige della celebre rimatrice del secolo XVI Gaspara Stampa. Unica figura femminile tra le statue del Prà.

C’è stata tutta una polemica sulle figure maschili, non c’è una statua di donna si è detto, ma non è vero, è piccinina ma c’è, ad indicare l’amore che aveva legato i due.

E’ vero che vive essenzialmente a Venezia, però i primi passi li muove nella nostra città, la sua è una famiglia di origine Milanese. Il padre era un nobile decaduto che per sbarcare il lunario faceva Il mercante di pietre preziose. Alla morte del padre, segue quella del fratello, e la mamma che era di origine veneziana dice torniamo nella mia città e a quel punto nasce questa leggenda della donna onesta. Stava ad indicare una cortigiana, potremmo dire prostituta d‘alto bordo, a Venezia veniva chiamata donna onesta. Questa leggenda, sulla vita disinvolta di Gaspara viene praticamente divulgata dall’ Aretino. Pietro Aretino non nomina mai direttamente Gaspara Stampa nelle sue numerose opere. Questo silenzio è particolarmente significativo se si pensa che l’Aretino era il grande cronista e censore della vita veneziana del tempo. Nonostante la Stampa fosse una figura di spicco della letteratura e dei salotti veneziani, l’Aretino non la nomina mai. E questo ha fatto pensare che i versi anonimi di disprezzo contro Gaspara Stampa li abbia scritti lui…

Egli criticava la vita libera e passionale, affermava che studiare e scrivere poesia togliesse modestia alle donne.

Un vero e proprio maschilista, vi pare?

Sicuramente era geloso e invidioso.

La rabbia è doppia perché lei ha dimostrato di essergli superiore: in un concorso era arrivata prima Gaspara, immaginate che affronto per un uomo essere sorpassato da una donna!

Ella frequentava la raffinata ed istruita società veneziana; al suo interno condusse una vita elegante e spregiudicata, segnalandosi per la sua bellezza e per le sue qualità. Fu difatti cantante e suonatrice di liuto, oltre che poetessa. Gaspara fu portata dalla forte carica della sua personalità a vivere in modo libero diverse esperienze amorose, che segnano profondamente la sua vita e la sua produzione poetica. Ha vissuto in maniera intensamente passionale ed allo stesso modo si è espressa nei suoi versi.

Pensate che dopo la fine di una storia che per tutti sapevano essere stata per lei molto importante, la poetessa scrive che se il primo fuoco era stato importante, il secondo lo era anche di più.

E infatti aveva già una nuova relazione.

Scriveva di emozioni parlava di passioni senza farsi troppe remore capite che era estremamente disdicevole per una donna in quei tempi. (Non è che sia cambiato molto ai giorni nostri, aggiungo io…)

 

1860- 1917 In Prato della Valle c’è il palazzo in cui ha abitato Adele Sartori Piovene.

Adele Sartori è Padovana, il cognome Piovene le viene dal matrimonio con un rampollo di famiglia nobile Vicentina.

Lei è stata una delle grandi patriote perché nel Risorgimento chi era meno sospetto e soggetto a controlli erano le donne e quindi le donne portavano i dispacci, portavano il denaro, aiutavano, soprattutto coloro che si trovavano al di fuori del territorio.

Lei apparteneva ad una ricca famiglia il suo Palazzo è il palazzo del quale Vittorio Emanuele II.

si rivolge alla città quando viene a Padova nel 1866.

Al museo del Risorgimento.c’è un specie di braccialettino fatto come un orologio dove c’è proprio il ritratto del re e invece la sua collezione di gioielli la trovate a Palazzo.

Zuckermann all’ultimo piano, una collezione di gioielli di squisita fattura che lei ha donato.

 

Visto che siamo in tema di patriote ricordiamo Antonia.

 

1833 -1862 si chiamava, Antonia Masanello ed era una Padovana di Montemerlo. La Biblioteca di Cervarese Santa Croce le ha dedicato uno studio per risvegliarne il ricordo. Col marito si arruola nascondendo la sua identità di donna. Riesce a inserirsi tra i garibaldini che partono nella spedizione dei Mille e in quell’occasione durante la battaglia ad un certo punto (lei non aveva avuto l’accortezza di tagliarsi i capelli, ma li aveva raccolti sotto al cappellino) il cappellino le cade e quindi vengono fuori tutti i suoi capelli. Nel libro su Antonia Masanello, lo studioso Alberto Espen riporta che soltanto un paio di ufficiali conoscevano la vera identità di quel soldato ed ebbero a dichiarare che era talmente intrepida che «avrebbe potuto comandare un battaglione se la sua condizione di donna non glielo avesse impedito». Alberto Espen cita anche Giacomo Emilio Curatulo, il quale, scrivendo di Antonia Masanello, assicura che «combatté strenuamente e fu promossa di grado e decorata sul campo della battaglia». Sempre Espen riporta fonti secondo cui durante una battaglia lo stesso Garibaldi scoprì con sorpresa che quel soldato era in realtà una donna, poiché ad Antonia nel furore di uno scontro si sciolse involontariamente la folta capigliatura, prima raccolta sulla nuca.

Marito e moglie muoiono praticamente in povertà tutte e due. Il loro nome è stato riportato alla memoria della biblioteca di Cervarese Santa Croce anche con una scultura esposta presso la biblioteca . Quindi abbiamo avuto anche una garibaldina tra le padovane.

 

 

1562 – 1604  Su via Umberto ci fermiamo davanti a due lapidi. Una ci informa che Giuseppe Garibaldi si fermò in questa dimora.

L’altra a sinistra si parla del Beolco, cioè il Ruzzante.  Questi era figlio di un professorone dell’università di Padova, non verrà mai riconosciuto perché la sua mamma era una popolana, quindi il padre non riconosce il figlio che diventa l’amministratore, il factotum di  un ricco signore di Venezia, Alvise Cornaro.

Con un accenno al Ruzzante, passiamo a parlare di teatro. Il Ruzzante è stato un anticipatore della satira politica. E quando Dario Fo prende il Nobel lo dedica a tutti gli oppressi, e nel suo celebre discorso per il Premio Nobel nel 1997, celebra ed elegge pubblicamente a suoi maestri, Moliere e Angelo Beolco,  perché considera questi due artisti, sbeffeggiati e non compresi nel loro tempo, precursori della satira politica, perché le loro opere erano di una acutezza incredibile. Ha elogiato Molière e Beolco definendoli entrambi “autori-attori”, spesso disprezzati dai letterati del loro tempo perché portavano in scena la quotidianità, le gioie e le disperazioni della gente comune, smascherando l’ipocrisia e la spocchia dei potenti. All’epoca il teatro non era come noi lo conosciamo, non c’erano parti scritte e preparate in anticipo, si improvvisava molto sul palco, davanti al pubblico. Questa era la bravura degli attori del tempo. Non c’era un canovaccio, si recitava a braccio. La compagnia era formata da attori che vivevano in confidenza e questa conoscenza fra di loro permetteva di dar vita a dialoghi improvvisati che venivano in qualche modo svolti con spontaneità sul palco. Inoltre le parti femminili erano rappresentate dagli uomini, perché il palco era interdetto alle donne.

Il primo contratto teatrale con un impresario viene firmato nella nostra città.

Quindi potremmo dire che il teatro, la figura anche del dell’attore di teatro nasca nella città di Padova

.

In questo contesto emerge la figura di Isabella Andreini questa figura femminile che vive nel 1500.

Era una fanciulla che è già a 16 anni recitava. Andreini è il nome del marito. Nell’ambito teatrale ricopre anche ruoli maschili, fatto interessante visto che era consuetudine il contrario, cioè che fossero gli uomini a ricoprire ruoli femminili. La presenza delle donne nel teatro non era a queste date del tutto eccezionale, ma ancora un fatto inedito che suscitava curiosità e interesse. La carriera di Isabella all’interno della “Compagnia dei Gelosi” dura trent’anni, e le lettere degli ingaggi da lei firmate testimoniano il ruolo direttivo svolto insieme al marito.

Si dedica anima e corpo al teatro e non si ferma mai nonostante le numerose gravidanze. La Compagnia gira tutta Europa, e Isabella sforna figli cammin facendo, e scrive copioni e inventa storie, purtroppo muore in Francia, a Lione, nell’intento di partorire l’ottavo figlio.

All’epoca si viaggiava sui carri, che non avevano gli ammortizzatori, e le strade erano sconnesse, lei incinta affrontava questi viaggi nonostante le sue condizioni di donna in stato “interessante”.

La sua fama è legata a una opera da lei scritta, che ispira molte commedie successive (non solo dei Gelosi) e grazie alla quale diventa famosa. La mirtilla, scritta nel 1588, è la prima commedia pastorale pubblicata da una donna in italiano. L’opera ha sfumature classiche e solleva anche temi legati alla libertà femminile. La protagonista riesce a superare d’astuzia un satiro che cerca di ingannarla. Sono espresse in questa opera tematiche “di genere” Isabella esplora e critica le disparità di potere tra i sessi, oggetto di molte discussioni del tempo, soprattutto in ambito veneto.

 

 

1584 – 1663  Dal teatro alla pittura. Ci fermiamo davanti al Palazzo Emo-Capodilista per parlare di  Chiara Varotari nasce a Padova, suo padre Dario lavora per una grossa famiglia  i Capodilista, lei diviene una grandissima pittrice, tutta la famiglia dei Varotari lavora per i Capodilista, quindi lavora anche per la villa della Montecchia che viene progettata da Dario Varotari pittore ed architetto. Insieme a lei, a bottega dal padre, c’è il fratello minore Alessandro che diventerà “il padovanino” a Venezia. Proprio seguendo il fratello Chiara si trasferisce a Venezia e qui aprirà una sua bottega aperta alle donne. L’ambiente culturale di Venezia era un po’ più aperto rispetto a Padova. Chiara scriverà un “Apologia del sesso femminile” oggi perduto purtroppo, che testimonia la sua partecipazione al più ampio dibattito sul valore intellettuale delle donne e sulle possibilità a loro negate nell’ambito delle arti. L’artista lamentava la situazione del mondo femminile, il fatto che non ci fosse eguaglianza fra Uomini e Donne, pur facendo lo stesso mestiere. Pensate come era avanti, e notate come fosse già sentito in diversi ambiti e salotti questo tema, che purtroppo non si è esaurito e continua ad essere dibattuto anche ai giorni nostri. Nella pittura Chiara eccelleva nella ritrattistica, specializzandosi nella rappresentazione di esponenti della nobiltà e dell’alta società. Il suo stile si distingueva per l’attenzione minuziosa ai dettagli di abiti e gioielli e una spiccata introspezione psicologica. Lei riproduce dei vestiti fenomenali se andate al Museo Civico Eremitani proprio in quella galleria, dove ci sono le finestre e bronzetti, ci sono due opere sue che sono spettacolari.

 

Proseguiamo la nostra passeggiata e ci affacciamo in via XX Settembre. Così chiamata in riferimento al 20 settembre 1870, alla Breccia di Porta Pia. Questa via una volta era chiamata Riviera de Le lavandare, che fiancheggiava il Naviglio interno, qui si scendeva a lavare i panni a mano e quando hanno cominciato a costruire e interrare il Naviglio sono sorte critiche e discussioni per il semplice fatto che era una cosa utile poter scendere al fiume a lavare i panni.

 

1842 – 1906 Gualberta Beccari nasce a Padova, cresce in un ambiente politicamente attento.

Il papà era un appassionato di teatro, drammaturgo e grande traduttore, ma anche grande patriota mazziniano. In quegli anni essere patriota non giocava a tuo favore, vengono attenzionati come diciamo noi oggi, e nel 1859 dopo la seconda guerra d’indipendenza gli viene confiscato tutto.

Quindi lei cresce fra mille difficoltà, ciò non spegne il suo interesse per la scrittura, voleva diventare una giornalista. Nel 1868 a soli 26 anni la Beccari fondò a Padova il periodico La donna, che voleva essere «un organo degli interessi femminili l’unico scritto da donne». Scopo principale della rivista era quello informare ed educare le donne in tuttii gli ambiti: politico, letterario, scientifico ed artistico; gli articoli non si limitavano alla sfera teorica ma apportavano esempi pratici relativi alle scuole ed al mondo del lavoro, non mancava inoltre uno sguardo internazionale, alle principali espressioni del pensiero femminile. Pensa un giornale di sole figure femminili perché lei dice: una mamma istruita darà al paese dei figli istruiti.

La mamma istruita è in grado di dare un’istruzione a un’intelligenza ai propri figli.

La mamma invece futile e soprattutto che guarda l’aspetto esteriore non potrà far tutto questo.

Quindi lei partiva dal presupposto che era importantissimo che il mondo femminile non fosse solo bellezza, ma fosse anche un mondo preparato, istruito.

Non ebbe figli, ma si comportò con le problematiche femminili come una madre accorta e attenta.

Diede voce a pensieri considerati molto rivoluzionari per l’epoca.

Chiese la parità di salario fra uomini e donne, il diritto per le donne di studiare all’università, il divorzio e il diritto di voto.

Dopo un periodo veneziano, nel 1878 Beccari si trasferì a Bologna e con lei la redazione della rivista La donna. Il suo è un giornale che resiste a lungo, è uno dei primi giornali che potremmo definire femminista a tutti gli effetti. Il ruolo del giornale permette alle donne di dire, “ce la puoi fare” e lei era incredibile perché in questo giornale metteva anche tutti i successi ottenuti dalle donne, chi si era laureata, chi aveva vinto un premio, cioè voleva sensibilizzare il mondo femminile.            Malata, morì a Bologna nel settembre del 1906. priva di sostentamento, povera, lei che all’idea della donna  aveva fatto fare dei passi da gigante.

 

Qui finisce la nostra passeggiata tra Prato della Valle e via Umberto. Sicuramente ci sono state altre donne che hanno contribuito allo sviluppo culturale, sociale, industriale e commerciale della città.

A quante menzionate dalla bravissima e chiarissima guida, aggiungo di mio

 

1887 – 1979 Lina Merlin nata a Pozzonovo, lascia presto il Veneto, studia in Francia. Vanta diversi primati. è stata una politica e insegnante italiana, una delle 21 donne elette all’Assemblea Costituente e la prima donna a essere eletta al Senato della Repubblica.

Non ebbe vita facile per la sua avversione al fascismo, conobbe e frequentò Giacomo Matteotti, fu arrestata 5 volte, licenziata dal suo impiego di insegnante, perché si rifiuta di prestare il giuramento di fedeltà al regime, obbligatorio per gli impiegati pubblici. Viene segnalata e il suo nome affisso per le strade di Padova. Al chè si trasferisce a Milano, ma arrestata viene confinata in Sardegna, dove la sua attività di insegnante le attira la gratitudine e la simpatia della gente del posto. Tornata sulla terra ferma collabora all’insurrezione con Sandro Pertini ed altri. Finita la guerra pubblica sull’Avanti! Si schiera coi socialisti. Viene eletta all’Assemblea costituente, la sua partecipazione è incisiva. Dobbiamo a lei le parole dell’articolo 3: “Tutti i cittadini…sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso“.

Il suo impegno per il miglioramento della condizione delle donne non può essere dimenticato da Padova e dalla Casa delle Donne.

Uno dei punti cardine, se non il principale, dell’opera politica di Lina Merlin è stata la battaglia per abolire la prostituzione legalizzata in Italia, La legge venne approvata, dopo 10 anni di dibattito, il 20 febbraio 1958. Dieci anni son tanti, avrebbero sfibrato chiunque, ma lei non mollò la presa!

Ricordiamola anche per il carattere intrepido e indomito, quando le fu comunicato che il PSI non intendeva riproporla nel collegio di Rovigo (dove era stata più volte eletta) strappò la tessera e suo discorso di commiato dichiarò che le idee sono sì importanti, ma camminano con i piedi degli uomini, e che lei non ne poteva più di «fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinismo».

Morirà a Padova nel 1979.

 

Che bella carrelata di donne! Ho notato che è difficile intravedere la stessa tenacia e lo stesso orgoglio fra quante siedono oggi in Parlamento, fra quante si candidano alla Coalizione di centro-sinistra… Tra tutte queste storie svoltesi in varie epoche storiche ho notato un elemento comune, la consapevolezza dell’esistenza di barriere culturali, economiche e sociali che limitano l’autodeterminazione femminile, unita ad un profondo desiderio di riscatto. E possibile che cadano nel dimenticatoio i nomi, ma non lo sforzo di resistere ed emergere, anzi dovremmo farci promotrici di nuovo slancio e rinascita restituendo attualità ed urgenza a concetti che solo in apparenza sembrano scontati ed obsoleti.

 

Se siete arrivate a leggere fin qui non posso che dirmi soddisfatta!

Un abbraccio a tutte.

 

Privacy Preference Center