La scarsa visibilità delle donne che hanno fatto la storia di Anna Lucia Pizzati -Newsletter N.78

Le padovane organizzate in formazioni partigiane furono 385, classificate come patriote 154. Tante! Possiamo quindi immaginare quanto il fenomeno sia stato rilevante a livello nazionale. Tuttavia nelle cerimonie ufficiali poche di loro vengono ricordate e ancor meno lo furono nell’immediato dopoguerra, perché anche molti dei loro compagni di lotta erano convinti che le donne dovessero tornare “al loro posto”, stare in casa e che sfilate e celebrazioni, cioè eventi pubblici, dovessero essere riservati solo alla componente maschile della Resistenza. E ancor più così convinti erano i parenti che, soprattutto in provincia, durante la lotta partigiana avevano accettato malvolentieri i momenti di condivisione degli spazi fra maschi e femmine e avrebbero voluto che fossero dimenticati. Si comportarono in questo modo anche le famiglie comuniste, anche i partiti di sinistra, ad eccezione del Partito d’azione, perché temevano o di essere accusati di immoralità e di diventare impopolari.
Le donne stesse, soprattutto quelle che avevano subito la carcerazione, la detenzione nei campi di concentramento o la tortura, hanno vissuto un momento di grande smarrimento al ritorno: avevano sofferto troppo per girare pagina da un momento all’altro e partecipare al clima di rinascita che coinvolgeva gli altri, i quali, desiderosi essi stessi di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra, non incoraggiavano i loro racconti. Liliana Martini, internata con la sorella Teresa nel campo di Mauthausen, racconta che quando dopo un travagliato ritorno dalla Germania arrivarono alla Chiesa del Santo, furono rimproverate da un frate perché vestivano ancora l’uniforme del campo, cioè un paio di pantaloni informi. Come molte altre ebbero bisogno di tempi lunghi per elaborare il lutto, per parlare della loro esperienza e per trovare adeguato ascolto. Molte si ammalarono per gli stenti subiti, altre trovarono difficoltà per ricucire rapporti con i figli, con i familiari, con il contesto.
Però, nonostante l’immeritato oblio, questo momento epocale della storia ha comportato nella percezione della questione femminile dei cambiamenti culturali profondi che non poterono essere cancellati, anche se sarebbero diventati evidenti solo nel corso del tempo, per culminare nelle grandi conquiste degli anni ‘70.
Tanti modi di essere partigiane
Possiamo fare una prima distinzione fra le partigiane della prima ora, cioè quelle che non hanno mai aderito al fascismo per convinzioni proprie o perché appartenevano a famiglie tradizionalmente antifasciste, come Clara Doralice di Castelbaldo (PD), giovane staffetta, che ancor studentessa con alcune amiche e compagne di scuola diede vita a un gruppo di sostegno al movimento partigiano. Esemplari sono le vicende di Adele Bei, una delle poche donne chiamate a far parte dell’assemblea costituente. Entrata nel PCI in clandestinità, nel ‘33 venne il Italia per organizzare la lotta contro il fascismo, ma fu arrestata e condannata a 18 anni scontati in parte in carcere e in parte al confino a Ventotene. Anche la socialista Lina Merlin per le sue convinzioni politiche venne sospesa dall’insegnamento nel 1926 e condannata a cinque anni di confino in Sardegna. Teresa Mattei, invece, venne espulsa dal liceo perché contestava le leggi razziali. Durante la Liberazione comandò una compagnia di 50 uomini ed ebbe il titolo di comandante di brigata, fu però catturata dalle SS ed è una delle poche ad aver pubblicamente ammesso di essere stata violentata. Un’altra modalità di antifascismo militante fu quella di Ursula Hirschmann e di Ada Rossi, che nel ‘41 correndo seri rischi fecero uscire dall’isola di Ventotene il Manifesto di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni -Per un’Europa libera e unita- che ispirò poi la nascita del Movimento Federalista europeo.
Ci sono state tante donne, provenienti soprattutto dal mondo cattolico, che, pur non aderendo al fascismo, non avevano neppure sentito il bisogno di ribellarsi, semplicemente perché non si occupavano di politica. Ma anche per esse una data cruciale fu l’8 settembre del ’43, quando si formarono le prime bande partigiane e tutti gli uomini che non si erano arruolati agli ordini della Repubblica di Salò correvano il rischio di essere arrestati dai Tedeschi. Allora anche le donne dovettero decidere se stare da una parte o dall’altra. Molte furono coinvolte nella capillare assistenza prestata in vario modo ai ricercati: in un periodo di grande penuria nutrirono queste persone, le nascosero, procurarono loro abiti civili perché i militari potessero dismettere la divisa, soccorsero e medicarono feriti, anche negli ospedali, dove infermiere e in certi casi anche suore, correndo pesantissimi rischi, dall’arresto, alla distruzione della casa, alla deportazione, escogitarono le più diverse strategie: ingessature false, trasporto di persone nei carrelli della biancheria sporca, somministrazione di farmaci che procurano la febbre o i sintomi di malattie contagiose…,. Fra queste filantrope ricordiamo qui nel padovano, oltre alle studentesse di agiata famiglia Teresa, Lidia e Liliana Martini, la sedicenne contadina Delfina Borgato che come loro sopportò l’arresto e la detenzione a Mauthausen. E’ lei che spiega perché lo facevano con una frase tanto semplice quanto efficace: “no se podeva dire de no”, sottintendendo all’imperativo della propria coscienza. Si tratta in questi casi di un antifascismo etico prima che politico, ma il secondo non ci sarebbe mai potuto essere senza il primo. Anche la giovane studentessa Tina Anselmi decise che doveva fare qualcosa per combattere il fascismo quando insieme alle sue compagne di classe venne costretta a sfilare davanti agli impiccati antifascisti i cui cadaveri venivano lasciati penzolare insepolti in un viale di Bassano.
L’opposizione al fascismo in un primo momento spontanea divenne in molte donne via via più consapevole anche per merito delle modalità d’azione messe in atto da altre partigiane.
Infatti per prendere coscienza veramente che ci poteva essere una alternativa al fascismo, regime totalitario e totalizzante che aveva impedito la formazione di una coscienza critica, era necessario che le persone del popolo venissero a contatto con idee diverse. Bisognava quindi presentare altri modelli di comportamento, far capire i danni causati da un regime che aveva negato la libertà, portato il paese alla guerra, alla fame e alla guerra civile e organizzare varie forme di resistenza: dagli scioperi per il carovita, al mancato arruolamento nelle truppe di Salò, al sabotaggio, allo sciopero nelle fabbriche…A questo scopo nacquero nel novembre del ‘43 per iniziativa dei Comunisti, ma con l’intenzione di costituire un gruppo trasversale che coinvolgesse donne comuniste, socialiste, cattoliche e di Giustizia e libertà, una formazione politica di orientamento liberal-socialista i GDD Gruppi in difesa della donna e per l’Assistenza ai combattenti della Libertà. All’inizio si trattò dell’evoluzione di iniziative spontanee in forme più organizzate: erano previste delle responsabili per le diverse attività filantropiche già ricordate, per coordinare le staffette e anche per organizzare azioni militari. Le “gielline” infatti partecipavano con gli uomini ad azioni di sabotaggio, facevano saltare i binari o i ponti su cui passano i Tedeschi, mettevano i chiodi sulle camionabili…oppure procuravano e trasportavano armi ed esplosivi, a volte comandando loro stesse brigate di uomini; si adoperavano poi a coordinare l’azione dei partigiani, aprendo le loro case, soprattutto se erano persone insospettabili per posizione sociale, a luogo di riunione e di ospitalità di figure di rilievo nella guerra partigiana e, poiché conoscevano altre lingue, riuscivano a mantenere i contatti con i fuoriusciti in altri paesi. Queste donne, però, svolsero soprattutto una efficacissima capillare attività di propaganda e di sensibilizzazione stampando e diffondendo stampa clandestina. Distribuirono manifesti antifascisti nelle scuole, nelle fabbriche, nei treni, nei quartieri, perché pensavano che solo creando nel popolo una coscienza antifascista si sarebbe potuto far crollare il regime. I GDD diffusero anche messaggi sulla necessità di superare le discriminazioni di genere in ambito economico e relativamente ai diritti civili e politici delle donne, per sollecitare l’emancipazione femminile e il raggiungimento di un’effettiva parità. Così iniziò la pubblicazione del periodico -Noi donne-, che continuò poi nel dopoguerra a cura dell’UDI (Unione Donne Italiane).
Una figura di spicco in questo contesto è Ada Prospero Gobetti. Nata nel 1902, sposò nel 1923 Piero Gobetti, rimasta precocemente vedova dell’intellettuale antifascista si laureò in filosofia e fu insegnante e traduttrice. Prima dell’8 settembre la sua casa fu un punto di ritrovo degli antifascisti di -Giustizia e Libertà-, nel 1942 fu fra le fondatrici del Partito d’Azione, nel ‘43 coordinò le brigate partigiane della Val di Susa, tenne i collegamenti con il comando militare del CLN e fu fra le fondatrici dei GDD. Fu commissario politico della IV divisione giellina -Stellina- e conseguì il grado di maggiore. Concorse nel 45 a Parigi alla fondazione della -Federazione internazionale democratica delle donne-.
Le donne parteciparono, infatti, anche ad azioni militari. Alcune, fra cui Maria Teresa Regard, nuora di Piero Calamandrei e Onorina Brambilla, moglie di Giovanni Pesce, fecero parte dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) che organizzavano sabotaggi e azioni di guerriglia urbana. Le partigiane combattenti furono 35.000, di cui 4653 furono arrestate e torturate, 2750 deportate in Germania e 2812 giustiziate. Alcune, furono decorate con la medaglia d’oro al valor militare.
Circa 500 comandarono gruppi di uomini.
A mantenere i contatti fra i gruppi a vario titolo impegnati nella lotta partigiana e con i Comitati di Liberazione Nazionale furono le staffette, che coraggiosamente escogitavano varie strategie per trasportare a piedi o in bicicletta, in pianura come in montagna, i messaggi nascondendoli nei telai delle biciclette, fra i capelli, nella biancheria intima… Talvolta portavano anche viveri, esplosivo e materiale propagandistico. Esemplare fu l’impresa di Flavia Mazzali, moglie del comunista Armando Plazzi, che andò in bicicletta da Verona a Vicenza per incontrare una staffetta padovana che a sua volta portava i messaggi del CLN del Veneto.
Non meno coraggiosa fu l’organizzazione degli scioperi da parte delle operaie delle fabbriche, essendo dopo il 1925 considerato atto eversivo qualsiasi azione sindacale. Le proteste messe in atto ufficialmente per motivi economici, avevano di fatto lo scopo di sabotare la produzione, se essa era di supporto alla guerra. Memorabile fu l’attivismo alla Snia Viscosa, dove si produceva anche il tessuto per i paracaduti, di Maria Zonta, proveniente da una famiglia operaia del Portello. La giovane vedova organizzò uno sciopero nell’aprile del ‘44, fu perciò arrestata e incarcerata a Venezia, poi a Bolzano e poi a Ravensbruck e durante la detenzione furono le sue compagne a doversi prendere cura della sua bambina. Simile è la storia di Teresa Casagrande di Vittorio Veneto che organizzò lo sciopero nella filanda in cui lavorava.
Le ragazze che si univano alle squadre combattenti, o che si occupavano di altri servizi rimanevano con i partigiani anche per più giorni e indossavano i pantaloni, dormivano nei pagliericci…Dovettero affrontare pertanto lo stigma dell’opinione pubblica, benché nella maggior parte dei casi esistesse una autodisciplina ferrea, perché a quel tempo la convivenza a stretto contatto di gomito fra maschi e femmine non faceva parte del costume.
Ma questa opportunità di stare insieme, di partecipare a discussioni politiche, di condividere azioni e responsabilità è stata per le ragazze un fattore di cambiamento e di consapevolezza importantissimo, un altro gradino fondamentale nel cammino verso l’emancipazione, dopo l’apparizione delle donne nello spazio pubblico in sostituzione dei lavoratori maschi impegnati al fronte durante la prima guerra mondiale e, paradossalmente, anche durante il fascismo, nell’obbligato inquadramento nelle associazioni del regime.
In questo racconto si sono potute ricordate a titolo esemplificativo solo poche eroiche figure, esse sono però assunte a simbolo di un contesto femminile molto più ampio cui deve andare la nostra profonda ed imperitura riconoscenza perché la conquista dei diritti di cui godiamo è stata in misura significativa opera loro.

