E ALLA FINE, LORO MALGRADO, LE DONNE VOTARONO di Anna Lucia Pizzati-Newsletter N.80
L’opinione pubblica femminile divisa sui diritti politici…
Il periodo post unitario fu un momento di grande attivismo delle donne, che furono collaboratrici di periodici femminili, educatrici, ideatrici di iniziative filantropiche e scrittrici molto seguite, perché capaci di descrivere anche le situazioni femminili caratterizzate dalla mancanza di potere decisionale sulla propria sorte, come quelle delle “zitelle”, delle monache forzate o delle destinate a una situazione coniugale infelice. Queste donne quindi si occupavano di politica, poiché si dimostravano conoscitrici delle caratteristiche della “polis” e delle sue criticità, ma fatta eccezione delle prime emancipazioniste non maturarono la consapevolezza dell’importanza del riconoscimento dei diritti politici alle donne, anzi spesso furono loro stesse a sostenerne l’esclusione. Riporto come emblematica la posizione di Erminia Fuà Fusinato che, seppur attiva nei Comitati di Liberazione del Veneto, dotata di istruzione superiore a quella media delle donne del tempo e convinta che l’educazione della donna del ceto borghese fosse particolarmente importante per farle esercitare responsabilmente il ruolo di madre-educatrice dei futuri cittadini, non esitava in una delle lezioni morali da lei impartire alle sue allieve a dire:
La donna al pari dell’uomo, deve amare e onorare la patria, se non per altro, per ispirare questo amore e questa venerazione nella generazione di cui sarà madre ed educatrice. Ma se i sentimenti devono essere uguali, gli obblighi della donna differiscono assai da quelli dell’uomo. […] E mentre alcuni vorrebbero che la donna neppur conoscesse i diritti e i doveri di cittadina, altri la vorrebbero ammessa nei consigli di stato, nei tribunali e nei parlamenti, e forse, chi sa? fino nella milizia![… ]. Confondendo le qualità, le attitudini, le prerogative, gli obblighi e le convenienze dell’un sesso con quelle dell’altro, si scema il valore d’entrambi, si turba l’ordine della famiglia e quello della civil società, e si guasta così quell’intimo accordo per cui la donna è il compimento dell’uomo, il conforto, la ispiratrice dolce e soave di colui che dal canto suo la guida, la soccorre, la sostiene nel difficile cammino della vita. […] Il patriottismo è un sentimento generoso che non solo permette ma impone pure alla donna di sacrificare ogni cosa, anche la propria vita, alla patria, ove questa sia in pericolo. La politica è invece una scienza ardua, fredda, ragionatrice […] di cui è da ringraziare la Provvidenza che la donna, salvo casi straordinari, non sia obbligata ad impacciarsi. […]
Se queste sono le parole di una donna peraltro emancipata dal punto di vista sia professionale che familiare, non molto diverse sono le affermazioni di Neera (pseudonimo di Anna Maria Zuccari) scrittrice molto seguita fra fine ‘800 e inizio ‘900, della coeva giornalista Matilde Serao e anche di molte seguaci del pensiero democratico di ispirazione mazziniana.
Eppure prima dell’Unità in Lombardia, in Veneto e nel Granducato di Toscana le donne avevano partecipato seppur con parecchie limitazioni alle elezioni locali. Fu con l’introduzione del codice Pisanelli del 1866, infatti, che la sottomissione della donna italiana al potere maschile aumentò significativamente e la convinzione che le caratteristiche intellettuali e affettive della donna si dovessero esercitare nello spazio privato, riservando quello pubblico agli uomini, si consolidò ampiamente anche fra le donne, soprattutto se di area cattolica e non fu abbastanza contrastata neppure nell’ambito laico e socialista, perché anche in quel contesto si temeva che l’eventuale voto femminile potesse essere influenzato.
L’opinione pubblica era più possibilista sul riconoscimento del diritto femminile al voto amministrativo, perché considerato come un mezzo per tutelare gli interessi familiari, ma era intransigente nel negare il diritto inalienabile di un soggetto politico.
Capiamo quindi quanto ardua sia stata la battaglia delle prime emancipazioniste, in particolare di Anna Kuliscioff, la cui ferma convinzione che il diritto di voto dovesse essere esteso a tutti indistintamente e in quanto diritto naturale non dovesse essere subordinato, come altri avrebbero voluto, a meriti particolari, era poco condivisa anche all’interno del suo partito. Anna Kuliscioff, come è noto, non poteva portare la sua posizione in Parlamento e faceva sentire la sua voce attraverso Filippo Turati su cui esercitava una profonda influenza. Anch’egli però nutriva delle perplessità sulle posizioni della compagna, poiché, considerato il contesto che abbiamo cercato di delineare, erano veramente avanzate.
Meritano altrettanto riconoscimento, però, almeno altre due figure femminili, che operarono prima di lei: Gualberta Adelaide Beccari che fondò nel 1868 La donna, il principale periodico del primo femminismo italiano, fortemente impegnato nella rivendicazione dei diritti civili, nella richiesta della libertà di istruzione e di accesso a tutte le professioni, dell’abolizione della prostituzione di stato e dell’autorizzazione maritale, fino alla rivendicazione del diritto al voto. Alla rivista collaborò anche Anna Maria Mozzoni, che già nel 1877 rivolse al Parlamento una petizione per il voto politico alle donne, aprendo un dibattito prolungato, seppur senza esito favorevole. La fondatrice della Lega promotrice degli interessi femminili aveva una posizione talmente egualitaria da negare, in polemica con la Kuliscioff, anche l’opportunità di chiedere delle leggi a tutela della maternità delle lavoratrici, sostenendo che tutto ciò che differenzia la situazione femminile dalla maschile, anche se rappresenta un apparente vantaggio per le donne, non può che ritorcersi a loro danno. Segnando una lontananza abissale dalle posizioni delle opinioniste avverse al diritto al voto, la Mozzoni ebbe a dire: siamo rientrate in noi stesse, abbiamo esaminato i nostri pregi ed i nostri difetti e ci siamo permesse di esaminarvi anche voi[uomini], spogli del diritto divino, che è scaduto affatto nella nostra opinione ed abbiamo trovato che la nostra ragione procede al par della vostra con la forma sillogistica; che i problemi che travagliano la vostra coscienza, sono gli stessi che turbano la nostra; che la libertà che voi amate, l’amiamo anche noi; che i mezzi coi quali voi conquistaste la vostra, furono indicati dagli stessi principii che debbono rivendicare la nostra.
Nei decenni successivi la sua posizione sul voto trovò seguito in alcune celebri italiane fra cui Maria Montessori e in parecchie donne già attive al di fuori delle mura domestiche, in quanto lavoratrici, (maestre, ostetriche…), che chiesero, anche se quasi sempre senza esito favorevole, l’iscrizione alle liste elettorali della proprie città.
La prima metà del ‘900 fuu tristemente attraversata da guerre e dalla dittatura, che, paradossalmente però, fornirono anche delle opportunità per la crescita nelle donne della consapevolezza dei loro diritti e per la conquista dello spazio pubblico. Ciò avvenne per la necessità di rivestire ruoli nel lavoro e in famiglia tradizionalmente maschili e ciò fornì anche occasione di contatti e di scambi di idee fra le donne. Ma soprattutto ebbe un significato importantissimo la presenza, a vario titolo, delle donne durante la Resistenza. In particolare vanno ricordati i Gruppi di difesa delle donne e per l’Assistenza ai volontari della libertà, nei quali inizialmente ebbe un ruolo fondamentale Ada Prospero Gobetti. I Gruppi agirono capillarmente in azioni di cospirazione, ma anche di assistenza, di informazione e di propaganda in particolare fra le donne. L’UDI, Unione donne italiane, che ne fu la continuazione e il periodico Noi donne, ebbero anche dopo la Liberazione un ruolo fondamentale nella formazione dell’opinione pubblica e nel superamento dei pregiudizi molto presenti, come si è visto, anche all’interno anche del mondo femminile.
Finalmente il Decreto legislativo del 1 febbraio 1945 n. 23 conferì il diritto di voto alle italiane che avessero almeno 21 anni, ma solo col decreto n. 74 del 10 marzo 1946 fu prevista l’eleggibilità delle donne che avessero almeno 25 anni e ciò permise l’elezione delle 21 donne che fecero parte dell’Assemblea costituente.
Quindi il percorso che ha portato al diritto di voto è stato rallentato anche dall’opinione pubblica femminile. Perché ricordarlo ci si può chiedere? La risposta è semplice: la verità storica lo impone; ed è bene che sia così perché si impara di più dai propri errori che dalla autoreferenzialità.

