Come le “donne post-Donna” gli “europei post-Europa”. Le categorie del femminismo per un’idea d’Europa di Anna Lucia Pizzati (Newsletter N.62)

Due sono le principali minacce che incombono sulla necessaria evoluzione dell’Ue verso una realtà politica in grado di assicurare ai suoi cittadini la continuazione di quello stato di pace e rispetto dei diritti umani che ha caratterizzato la sua storia nel secondo dopoguerra: i rinascenti nazionalismi, che rischiano di frammentarla e di fare di ciascuna delle piccole entità statuali che la costituiscono degli interlocutori insignificanti delle grandi potenze e un arroccamento miope e irrazionale nei confronti del fenomeno migratorio, che la configura come una sterile -fortezza Europa-.

Non mancano certamente circostanziate analisi di questa situazione e più o meno convincenti proposte in merito. Una però mi ha particolarmente impressionata, anche se non è recentissima, poiché utilizza alcune categorie del pensiero femminista in una originale proposta per la costituzione di quell’ identità europea senza la quale nessun avanzamento nella storia dell’Ue  è immaginabile. Si tratta dell’articolo di Rosi Braidotti Genere, identità e multiculturalismo in Europa, in Barbara Curli, L’Europa senza retorica, Roma 2023

La filosofa prende innanzitutto le distanze da quel femminismo radicale che si riconosce nell’internazionalismo e nel post-culturalismo e propone, invece, di adottare la categoria della collocazione, cioè la presa di distanza da ogni astrattismo e l’accettazione della propria appartenenza ad un contesto socio-politico e culturale, in ultima analisi nazionale.

Questo, però, è solo il punto di partenza di quel percorso di disidentificazione, che è il presupposto per la nascita di una nuova identità, nel nostro caso di quella imprescindibile identità europea su cui si confrontano diversi punti di vista senza pervenire ad una conclusione condivisa. Radicarla solo nella tradizione giudaico cristiana risulta, infatti, troppo riduttivo soprattutto in relazione all’auspicabile progressivo allargamento dell’Unione.

L’identità, in cui ogni cittadino dovrebbe riconoscersi,  non può, però, essere pensata come un’entità sostanziale ed immutabile, ma piuttosto come un percorso, per definire il quale Braidotti utilizza la categoria del nomadismo, cioè dell’attraversamento continuo dei confini verso un orizzonte che non è una metà. L’identità europea poi non potrà essere omogenea, come non lo è del resto neppure quella  individuale, a determinare la quale concorrono molteplici fattori ed appartenenze. Questa identità politica sarà,  perciò, plurima e flessibile, tale da costituirsi, come sempre si costituisce l’identità, attraverso il rapporto speculare con l’alterità, perché è dal reciproco riconoscimento con l’altro che origina la consapevolezza dell’io.  L’alterità in questo caso non può essere che quella del migrante e in particolar modo, sottolinea la filosofa, della donna migrante, che è spesso fedele custode di tradizioni culturali altre, con cui è necessario confrontarsi per costruire una nuova realtà, cioè l’identità europea flessibile e articolata.

Questo presuppone da parte del cittadino europeo il superamento sicuramente doloroso, come dolorosa è ogni perdita, di un presunto eurocentrismo e la valorizzazione della diversità come valore primario e elemento costitutivo di ogni solida unità, anche di questa identità, certamente non etnica, ma culturale e soprattutto post-nazionalistica, che sarà l’autentica identità europea. 

 Questa concezione flessibile della cittadinanza implica quindi un riconoscimento legale del migrante e della migrante, perché solo così si potrà scollegare la nazionalità europea dagli attuali fondamenti nazionali (ora è cittadino europeo solo chi è cittadino di uno stato europeo), per far nascere “una società civile scollegata dall’appartenenza nazionale e una cittadinanza europea multinazionale”.

Per il radicamento di quest’idea bisogna agire sull’immaginario sociale, bisogna imparare cioè ad immaginare qualcosa di diverso dall’esistente e in questo percorso possono essere di grande aiuto gli studi femministi di genere, in particolare la categoria di gender perché “sottolinea l’importanza cruciale della disidentificazione  dalle norme canoniche e dominanti dell’identità come passo verso la ridefinizione del ruolo tra i sessi, ma anche all’interno dei sessi” 

In altre parole Braidotti ricorda che nel pensiero femminista la Donna non viene concepita come “come complementare all’Uomo e sua alterità speculare, ma piuttosto come “un soggetto complesso e prismatico” “pensato nel suo farsi”, “un soggetto mutante”, un essere non astratto, ma “situato” in una precisa realtà politico, sociale e culturale. Essa rappresenta quindi il superamento di una “concezione dualistica e oppositiva e prevede articolazioni sottili e dinamiche”.

Dalla cultura femminista possiamo quindi mutuare gli elementi concettuali che ci permettono di tratteggiare i caratteri del cittadino europeo post-nazionalista, che, come la Donna post donna, del pensiero femminista, ha saputo operare una disidentificazione delle identità dominanti, partendo dalla sua collocazione, cioè dal suo essere situato in una precisa realtà storica, concreta, quindi arricchita anche di dimensioni affettive non solo razionali, e sa procedere, come nomade, cioè in transito, attraverso differenti formazioni identitarie.

Concordo pienamente con l’autrice nel sostenere che se l’Europa vuole salvarsi deve abbandonare la convinzione di una sua presunta superiorità ed aprirsi ad un dialogo inclusivo con l’altro da sé. Ed è stata una entusiasmante rivelazione individuare nel pensiero femminista alcune categorie utili per guidare questo percorso.

 

 

Privacy Preference Center