Abbiamo chiesto a Gianfranca Fiore di raccontarci la sua esperienza di coabitazione intergenerazionale nella città di Padova, dove risiede,  e lei si é resa subito disponibile a rispondere alle nostre domande:

 1. Come ti è venuta l’idea di partecipare a un’esperienza di ospitalità intergenerazionale?

Durante la mia vita lavorativa, mi sono sempre offerta di ospitare studenti stranieri venuti in Italia per imparare la lingua. Ho iniziato con l’associazione Xena che ogni primavera mi mandava giovani spagnoli. Erano benvenuti nella nostra casa e questa esperienza piaceva non solo a me, ma anche a mia figlia che allora frequentava la scuola elementare. Negli anni ho collaborato anche con la scuola di lingue  “Bertrand  Russell” che manda ragazzi da vari paesi europei e anche dal Giappone. I rapporti che costruivo con loro erano intensi e gratificanti e alcuni sono rimasti amici ancora oggi. Questa esperienza ha aperto gli occhi verso il mondo e verso altre culture anche ai miei familiari. Quando mi è arrivato il questionario del Progetto Giovani tramite la Casa delle Donne di Padova, l’ho compilato con curiosità, senza aspettative, senza sapere che sarebbe diventato molto importante per me. 

  1. Dove hai trovato la conferma che ti ha fatto dire: “Questa cosa esiste, è possibile”?

Luglio 2023. Dopo una decina di giorni dalla compilazione del qestionario, due impiegate del Progetto Giovani  mi chiamano per un colloquio e per visitare la casa. L’incontro è ricco di novità e  loro sono compiaciute della mia sicurezza, frutto di precedenti esperienze di ospitalità. Capiscono subito che non avrei grandi difficoltà a iniziare questo percorso. Solo in seguito  ho capito che non si trattava di una semplice ospitalità come quelle avute in passato, ma di un vero contratto di affitto, con relativa burocrazia, sindacato e Agenzia delle Entrate. Molte famiglie over 65 non erano ancora pronte a gestire questi aspetti, ma io sì: mi sono rivolta al Sunia-CGIL e ho stipulato il contratto senza difficoltà.

3. Qual è stato il primo gesto che ti ha fatto capire che la convivenza avrebbe preso la direzione giusta?

Qualche giorno dopo la firma del contratto mi propongono di conoscere un ragazzo napoletano, Emanuele. L’incontro è stato entusiasmante, abbiamo scoperto di avere molte cose in comune. Alla fine Emanuele ha mandato un selfie all’ufficio dicendo: “Questa è la famiglia che io scelgo.”  Quel gesto ha segnato l’inizio vero della nostra convivenza. 

4. Che cosa ha cambiato il ritmo e ha creato un ponte tra generazioni: un’abitudine, un oggetto, un rituale quotidiano?

Dopo un primo momento di conoscenza reciproca, avvenuto con molta normalità e con apertura al dialogo e alla fiducia, ho scoperto che Emanuele aveva una buona capacità informatica. Io, che avevo davvero bisogno di un supporto di questo tipo, non ho esitato a chiedergli aiuto, che “ripagavo” sempre con una bella cena, durante la quale si dialogava moltissimo e a lungo. Spesso ci siamo trovati a condividere le stesse idee. Mi interessava moltissimo anche la sua facoltà, Ambiente e Paesaggio,  per cui passavamo ore e ore a parlare dell’ecologia e dell’architettura della nostra città. Ogni spunto diventava un interessante argomento di discussione.

La mia casa è disposta su due piani, pertanto la vivibilità contemporanea di due persone era garantita. Io avevo sempre la radio accesa, e a lui faceva molto piacere. Spesso la nostra giornata cominciava con la colazione insieme, con quattro chiacchiere sui problemi del quotidiano, con la rassegna stampa ascoltata alla radio. Credo che un’esperienza di questo tipo non possa che dare soddisfazione a una persona anziana abituata a vivere da sola e a non relazionarsi con nessuno. Ma anche a chi, come me, è impegnata in diverse attività.

 6. Quale difficoltà iniziale si è trasformata in un punto di forza?

La burocrazia e la gestione del contratto sono spesso difficili per molti anziani, io, invece, ho affrontato subito la questione rivolgendomi al sindacato CGIL. Emanuele, dal canto suo, mi ha aiutata con l’informatica. Anche la collaborazione quotidiana è diventata un punto di forza. Abbiamo gestito nel rispetto reciproco tutto ciò che riguardava ordine, pulizia, rispetto degli spazi comuni, privacy di entrambi. Emanuele diceva: “Mi sento come a casa mia.”

 7. Che cosa avete scoperto l’uno dell’altro che non vi aspettavate?

Abbiamo scoperto una grande capacità di collaborazione, stima e affetto. Emanuele partecipava volentieri ai pranzi e alle cene con amici e ospiti. Io parlavo della mia famiglia, lui della sua. Eravamo diventati un’unica grande famiglia.

 8. Qual è stato il momento di svolta e quando la convivenza è diventata relazione?

Mi sono accorta di quanto importante fosse stata questa esperienza quando Lele mi ha lasciata per andare ad abitare con sua sorella per aiutarla, visto che aveva anche problemi di salute.  Questa scelta è costata molto, molto dispiacere ad entrambi e ci è scappata anche qualche lacrima al momento del distacco. Però ci ha veramente fortificato, lui nell’incontrare un’esperienza nuova di convivenza con altre persone e io nel saper affrontare le differenze con altri ospiti che ho avuto successivamente e che, nonostante non fossero come Lele, mi hanno permesso di conoscere nuove realtà.

 9. Che traccia resta oggi: nella casa, nel corpo, nel linguaggio, nelle abitudini?

Ogni persona è diversa e ogni esperienza arricchisce il bagaglio personale e affettivo. Ho scoperto che i giovani hanno un grande valore e che lo scambio è reciproco. Ho imparato a guardarli con più serenità e affetto: hanno le stesse fragilità che avevamo noi alla loro età.

 Non ho  percepito questa esperienza come un episodio isolato, ma come una forma concreta di partecipazione civica all’interno del Comune di Padova. So che con la mia attività contribuisco ad aiutare questi giovani e a dare loro una mano, anche in senso più pratico, nel pagare gli affitti, in un mercato che diventa sempre più esigente. Attraverso l’equo contributo che viene richiesto, o che loro stessi ci riconoscono, riusciamo a migliorare economicamente la nostra vita, ma la cosa più importante  resta ciò che riceviamo da loro: un arricchimento quotidiano, personale e umano. La  loro presenza, specie se sono giovani di altri paesi, ci aiuta ad andare oltre gli stereotipi. 

Molti over 65 dovrebbero lasciarsi cinvolgere senza farsi frenare dall’ idea che aprire la casa non sia una cosa buona.  La cooperazione intergenerazionale ti fa capire invece che stai facendo un atto di generosità e che le tue cose possono essere utili anche agli altri. E in cambio ricevi  molto in termini di scambio di idee, affetto, apertura al mondo che ci circonda e alla realtà che le giovani generazioni  stanno costruendo, anche con il piccolo contributo della saggezza degli anziani ospitanti.

 

per saperne di più:

VIDEO CON GIANFRANCA E EMANUELA

PROGETTO GIOVANI COMUNE DI PADOVA

QUESTIONARIO PROPRIETARI DI CASA-COABITAZIONE INTERGENERAZIONALE

SCUOLA DI LINGUE  BERTRAND RUSSELL

XENA CENTRO SCAMBI E DINAMICHE INTERCULTURALI  

 

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