TI SUGGERISCO: Ciò che resta della guerra

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In alcuni romanzi di Elisabetta Rasy il passato resta sempre presente. In Non esistono cose lontane sono le memorie familiari a riemergere, nel Le regole del fuoco (Premio Campiello 2016) è la guerra che non smette di agire quando tacciono le armi. La guerra non si esaurisce negli eventi storici o nelle date, ma resta nei corpi, nei sensi, nelle relazioni, modificando per sempre il paesaggio interiore di chi l’ha attraversata e di chi viene dopo. In questo romanzo Rasy entra nella Prima guerra mondiale dal punto di vista delle donne, e in particolare delle infermiere volontarie, le crocerossine, figure rimaste a lungo ai margini del racconto ufficiale.
L’autrice dichiara di essersi documentata leggendo molti diari: ne restituisce la vita quotidiana, le difficoltà estreme, lo speciale coraggio, mai eroico e mai retorico. Ma la materia storica, come sempre nella sua scrittura, viene trasformata dalla lingua e dall’ascolto: non diventa ricostruzione, bensì esperienza incarnata.
L’inizio del romanzo introduce una cornice familiare che serve a collocare la storia, a segnare provenienze e distanze sociali. Ma il cuore del libro è altrove. È interamente nel campo sul Carso, nello spazio chiuso e spietato della guerra, dove il tempo si contrae e ogni gesto acquista un peso assoluto.
Qui si incontrano Maria Rosa Radice ed Eugenia Alferro, due donne profondamente diverse per origine, temperamento e formazione. Maria Rosa è una donna “notevole”, libera, aristocratica, che a sessant’anni è alta e dritta “come certi uomini dal carattere inflessibile”. Eugenia, al contrario, appare inizialmente dimessa, quasi anonima, “annegata nella divisa”, con una fisicità che sembra scomparire sotto l’uniforme. Ha perso la madre alla nascita; il padre è socialista e crede nella guerra. Maria Rosa, che ha perso il padre da bambina, non sa nemmeno cosa significhi quella parola.
Il loro amore nasce in trincea, in un tempo in cui era impossibile nominarlo o renderlo visibile. È un amore proibito, che può esistere solo per allusioni, prossimità, silenzi. Dopo l’allontanamento, la relazione sopravvive nelle lettere, in un linguaggio in codice fatto di canzoni condivise: una forma di scrittura che diventa spazio di resistenza, di ascolto reciproco, di fedeltà.
C’è un’ attenzione particolare ai suoni e agli odori della guerra. Da fuori arrivavano lamenti, un coro di lamenti in cui ogni tanto si alzava una voce solita, un urlo tremendo. Nelle corsie: il brusio dei lamenti soffocati, le urla, i rantoli sulle barelle. E poi l’ odore di acido fenico. L’odore di benzina disinfettante. L’odore di bende stirate ancora umide. L’odore di cioccolata. L’ odore di caramelle all’arancio. L’odore delle sigarette turche. Lo sterco dei muli e dei cavalli. Ferro bruciato e polvere stantia. Il carburante delle ambulanze che faceva venire mal di gola. L’odore di marsala e di cognac. L’olio canforato delle iniezioni per la cancrena … Rasy elenca alla maniera di Pantagruele i cibi, come se fossero una sintesi sensoriale dell’esperienza bellica. La guerra entra così nei corpi attraverso i sensi, rendendo impossibile ogni distanza.
In questo paesaggio prende forma anche una riflessione profonda sul dolore. Il dolore, scrive Rasy: prima ti piomba addosso e ti fa ruzzolare o ti paralizza come una valanga. Dopo a poco a poco si scava una strada dentro di te, e va nel paese. Che sta in ognuno di noi, il paese del dolore, Scatena un terremoto e tutti gli altri dolori sussultano e precipitano punto poi passato il terremoto c’è un nuovo elemento nel paesaggio una nuova montagna un nuovo fiume e sta lì sta lì per sempre con te. La guerra, come il dolore, non passa: trasforma.
Le regole del fuoco è dunque un romanzo sulla guerra, ma soprattutto sulla relazione affettiva come luogo di ascolto: ascolto di sé, della paura, del disorientamento; ascolto dell’altra, così diversa e necessaria, così efficiente e sbrigativa; ascolto del mondo esterno che irrompe con violenza nei sensi.
Le storie di famiglia non sono mai lontane. Le storie di guerra non finiscono mai. In questo doppio movimento, Elisabetta Rasy ci consegna una scrittura capace di restituire voce a ciò che continua a vivere in noi, chiedendo ancora oggi di essere ascoltato.
