
Io mi sono iscritta all’ A.N.P.I. quando l’Associazione si è aperta a chi, per età, non aveva potuto partecipare alla lotta partigiana, cioè nel 2006. Nel 2011 sono diventata presidente provinciale e poco dopo membro del Comitato Nazionale, venendo successivamente sempre rieletta. La mia conoscenza della storia della Resistenza e delle vite di partigiani e partigiane è andata aumentando, anche perché ne ho conosciuti parecchi e parecchie; di anno in anno il loro numero ovviamente cala, ma ce ne sono ancora (il numero totale degli iscritti 2025 non è ancora arrivato). Il ruolo delle donne inizialmente è passato un po’ sotto silenzio, anche perché una condivisione di vita con uomini non era certamente ben vista al tempo: necessaria e anzi fondamentale (cfr. il ruolo di staffetta, termine che ora colleghiamo con pratiche sportive, ma che era fondamentale per portare materiale e collegare i vari gruppi) la loro presenza, ma la valorizzazione è stata lenta ( in molti casi non poterono marciare con gli uomini nei giorni in cui si festeggiò la liberazione dal nazifascismo, perché per una donna marciare con degli uomini “non stava certo bene” ). 35.000 furono le partigiane riconosciute, 70.000 quelle che fecero parte dei gruppi di difesa della donna (in questa organizzazione un ruolo importantissimo lo ebbe Ada Marchesini Gobetti, la vedova di Piero). Numerose quelle insignite di medaglia: 19 medaglie d’oro al valor militare, 5 al valor civile, 36 medaglie d’argento al valor militare e 57 medaglie di bronzo, sempre al valor militare. Noi del Coordinamento Nazionale donne A.N.P.I abbiamo cercato di ricuperare le motivazioni delle onorificenze e, ove possibile, notizie biografiche e abbiamo diffuso tutte le notizie possibili. Ora il numero sia dei partigiani che delle partigiane viventi è notevolmente diminuito, come dicevo prima: nel Padovano donne non ce ne sono più. Io fortunatamente ho fatto in tempo a conoscerne parecchie, sia venete che di altre regioni. Non di tutte evidentemente ho notizie biografiche, ma di un buon numero si, grazie ad autobiografie o a testi di studiose o appassionate dell’argomento. Ad esempio Benedetta Tobagi ha scritto nel 2022 un libro dal titolo “La Resistenza delle donne”, che ha avuto molto successo.
Molte di loro dall’esperienza partigiana sono passate alla partecipazione attiva alla vita politica: un esempio noto a tutti è quello di Nilde Iotti, che diventò presidente della Camera dei deputati nel 1979, prima donna a rivestire questo incarico (terza carica dello Stato). Anche molte di quelle che ho conosciuo io personalmente hanno avuto importanti incarichi politici, anche se farsi strada tra gli uomini è stato obiettivamente difficile. Io ricordo con molto affetto la piemontese Marisa Ombra, la pure piemontese, ma diventata poi bolzanina, Lidia Menapace, la vicentina Teresa Peghin, Wally, le padovane sorelle Martin, Delfina Borgato e Clara Doralice, ma vorrei parlare di Tina Anselmi, di Castelfranco Veneto, proprio per il ruolo che ebbe come prima donna ministro della Repubblica italiana e per le importanti riforme che realizzò.
Tina ha scritto una sua autobiografia in collaborazione con Anna Vinci, autrice e conduttrice di molte trasmissioni radiofoniche. Era figlia di un farmacista antifascista, che veniva prelevato in occasione di visite a Castefranco di personalità del regime e costretto a bere l’olio di ricino. La famiglia era comunque profondamente cattolica, anche se il padre era socialista. Tina era sportiva, campionessa di giavellotto e pallacanestro, perciò inserita nel mondo fascista del tempo; ma l’alleanza tra fascismo e nazismo che andava facendosi sempre più stretta, le leggi razziali, oltre che l’esempio del padre e le parole dei parroci del suo paese creano nella giovane Tina la consapevolezza che non si poteva accettare quello che stava avvenendo. Il colpo finale venne quando lei e le sue compagne di scuola vennero portate in quello che dopo la fine della guerra venne chiamato Viale dei Martiri a vedere i giovani impiccati dopo un rastrellamento sul Grappa. Questo fu l’elemento decisivo che le fece capire che doveva fare qualcosa. Quel giorno Tina decise che doveva entrare nella Resistenza; fu portata da una coppia di amici dal comandante del gruppo dei resistenti castellani, assunse il nome di Gabriella, ispirandosi all’arcangelo Gabriele e diventò una stafetta partigiana. Riuscì a continuare la frequentazione della scuola superiore con i compiti di staffetta e non rivelò mai alla famiglia quello che stava facendo. Nell’autobiografia si definisce una ragazzina passata direttamente dalla vita in famiglia alla lotta armata, che fu per lei e le sue compagne la loro emancipazione dalle famiglie. La segretezza era la loro seconda pelle. Tina dice che compivano atti di guerra con il rischio di mettere a repentaglio la vita dei propri cari e degli amici se fossero state scoperte. Inoltre avevano una responsabilità enorme: uccidere se fosse stato necessario, ma, si chiede, era possibile non compiere un gesto, qualunque fosse, anche quello estremo di uccidere, per marcare la loro distanza dl nazifascismo, per contrastarne la vittoria, per accelerarne la disfatta? La popolazione non fu loro ostile e anche i parroci diedero il loro sostegno. Tina sa che ci furono vendette e ritorsioni anche nella Resistenza, che hanno indubbiamente turbato lei e i suoi compagni e le sue compagne, ma assicura che l’anelito alla pace è stato predominante nella Resistenza. Ricorda poi con orrore gli eccidi degli ultimi tempi compiuti dai nazisti in fuga, in particolare quello di Castello di Godego (TV): 135 morti. Tina si ritiene fortunata per non aver dovuto uccidere e si chiede come sia riuscita a tenere nascosta la sua attività alla famiglia. Il giorno della liberazione di Castelfranco, mentre gira in bicicletta per la cittadina, intima l’alt nella notte a un’ombra nella piazza; quando lo porta al comando e lo vede, riconosce suo padre, che la stava cercando. Dopo la guerra termina gli studi alla Cattolica di Milano, si iscrive alla Democrazia Cristiana, si impegna per li referendum costituzionale e nel sindacato, lavora come maestra elementare e continua nel percorso politico. Nel 1968 è eletta deputata. Nel 1976 diventa la prima donna ministro: a lei dobbiamo il Servizio Sanitario Nazionale, ora purtroppo in forte crisi. Nel 1981, nel corso della VIII legislatura viene nominata presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla Loggia massonica P2 di Licio Gelli, che terminò i lavori nel 1985.
Io l’ho conosciuta personalmente quando l’ho contattata perché venisse a parlare alla scuola dove insegnavo, il Liceo Marchesi di Padova, in occasione dell venticinquesimo anno di autonomia, in cui produssi assieme a un collega un volume proprio per ricordare quei primi venticinque anni dell’Istituto. Andai a prenderla a Castelfranco; tenne una conferenza nella Sala della Gran Guardia, pranzammo insieme con i colleghi e poi la riportai a casa. Purtroppo gli ultimi anni della sua vita hanno visto un appannamento delle sue facoltà mentali. E’ morta nel 2016. Però mi resteranno sempre impressi il suo senso dello stato e la sua onesta intellettuale, che andavano al di la’ della sua appartenenza a un determinato partito politico. Resta per me un modello di quello che deve essere un cittadino che vive convinto il dettato costituzionale.
FLORIANA RIZZETTO
