Ti suggerisco: Dove non mi hai portata Newsletter n. 81

 

 

È impossibile modellare un’etichetta per Dove non mi hai portata: è un romanzo-documento, un’inchiesta biografica, è poesia in forma di prosa. M.G. Calandrone, l’autrice, cerca una forma per dare senso a quanto è accaduto nell’estate del 1965: il ritrovamento di una neonata che seduta su una coperta parlotta tra sé, sul prato, poco oltre gli imponenti propilei d’ingresso del piazzale Flaminio in Villa Borghese. (pag.149) Quella bambina si chiama: Greco Maria Grazia che nascerà nuovamente con lo stesso nome e, dopo le pratiche burocratiche, con il cognome: Calandrone. L’autrice.

Nel romanzo – inchiesta la scrittrice ricostruisce la storia di sua madre, Lucia Galante che prima di togliersi la vita insieme al compagno Giuseppe, l’abbandona per salvarla. La bambina depositata in uno dei parchi più prestigiosi di Roma aveva otto mesi: in quell’anno era ancora in vigore articolo 559 del codice penale che puniva la donna in relazione adulterina con due anni di reclusione.

Maria Grazia Calandrone indaga, attraverso fotografie, lettere, cartelle cliniche, documenti d’archivio e persino dati satellitari, gli ultimi mesi di vita dei suoi genitori biologici, ricostruisce passo dopo passo il loro agire, per dare senso ai giorni perduti e trasformare un caso di cronaca in una storia d’amore e di resistenza. È un atto di riparazione che restituisce a Lucia quella soggettività che le fu negata in vita, mostrandola non come “madre snaturata”, ma come donna che cerca libertà in un mondo che la criminalizza.

Una storia personale che diventa storia universale per gli interrogativi che pone nelle esistenze di ogni persona anche se non tutte sono entrate nelle pagine dei quotidiani; quel fatto di cronaca assorbì l’attenzione dell’opinione pubblica italiana anche per i toni portati avanti dai quotidiani.

Nel ritmo incalzante della ricostruzione, prendendo le distanze dalla lingua di alcuni giornali, come Paese Sera del 30 giugno che la descrive come un esserino patetico che urla a squarciagola nascosto in un mucchio di stracci, intervistando testimoni di allora, parenti e amici, riemergendo dagli abissi del dolore per la disumanità del padre legale che scrive: Cara suora, dammi la testa della puttana e un Tir, l’autrice ci consegna gemme di riflessione filosofica indimenticabili:

La realtà è un’opinione frequentemente sbagliata, perché di rado osserviamo le cose senza pregiudizio. Ma le cose esistono, e hanno una voce chiara. per comprendere basta osservare i fatti, senza sovrapporre ai fatti nessuna intelligenza umana. Lasciarsi attraversare dalla cose, fino a che esse esprimono quel che hanno da dire nonostante noi. Questo libro desidera essere opera di trascrizione e testimonianza dell’energia indelebile delle cose. La verità è nei fatti, emancipati da nostro punto di vista. (pag.123)

I fatti in Calandrone non restano mai nudi: molte volte si estrinsecano nel paesaggio. Alla verità delle cose osservate senza pregiudizio corrisponde, altrove nel libro, una verità che si guarda solo attraverso gli occhi e il cuore:

Che impressione deve averle fatto il mare, e che impressione la città di Termoli, alta sul mare, con la sua scala di calcestruzzo armato per entrare nel borgo e i violetti, coi lenzuoli messi a sbandierare sulla calma di mare, interrotto da trabocchi fenici, palafitte che suonano sull’acqua come archi: moli agili di corse, tavoli e pali nei frangenti di costa, strutture a zampe altissime, montate con l’estetica delle libellule, a sorvolo sull’acqua iridescente tra efflorescenza di muschio, bave di alghe e un altorilievo.(pag. 64)

L’ibridazione stilistica è ciò che rende il testo particolarmente prezioso, come l’intreccio tra la microstoria e la macrostoria: la vicenda privata di Lucia e Giuseppe si intreccia con la Storia collettiva dell’Italia del dopoguerra: oltre alle leggi moraliste che rendevano l’adulterio un reato, si esplorano le migrazioni dal Sud al Nord, il boom economico, l’Italia degli orfani. Tanti.

Le pagine del viaggio da Milano verso Roma, per abbandonare la bimba in un luogo non anonimo, sono calamita: Calandrone narra il trasferimento dei corpi, studiato con cura maniacale da Lucia e Giuseppe per dare alla figlioletta un futuro che non sia di miseria ed esclusione.

È un testo che parla di maternità, di scelta, di libertà femminile in un mondo ostile. E che ci ricorda come la scrittura possa essere uno strumento di conoscenza e di giustizia.

Nel corso di scrittura che si terrà alla Casa delle Donne a partire da settembre, fino a novembre, nella sezione dedicata al Viaggio, dedicherò l’attenzione ad alcune pagine di Dove non mi hai portata per illuminare gli aspetti che un viaggio può assumere: allontanarsi da sé per scoprire un altro sé, avvicinarsi a sé con la presenza di altri sé E quindi suggerisco di leggere questo romanzo davvero unico.

Elianda Cazzorla

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