Sono Emanuela Sabbadin, figlia di Lidia Martini. Voglio iniziare a parlare di questa storia di resistenza al nazifascismo e di eroismo, dicendo che non ne avevo sentito parlare fino al 2000, quando è stata istituita la Giornata della Memoria: avevo quasi cinquant’anni! Allora ho iniziato ad accompagnare nelle scuole la mamma, che ne ha dato testimonianza. Ricordo l’orgoglio che ho provato allora e sento tuttora e che conoscendo il carattere della mamma e un po’ anche delle zie, ero meno stupita di quanto forse sarebbe stato normale. Fino a quel momento sia lei che le sorelle Teresa, Liliana e Renata, come tanti altri eroi della resistenza, avevano cercato di dimenticare le cose terribili viste e vissute, avevano voluto andare avanti con la propria vita. La mamma dopo la guerra si era sposata, aveva avuto quattro figli, insegnava…inoltre tanti che avevano provato a parlare dei campi di sterminio, non erano stati creduti.

La mamma con la sua famiglia: papà, mamma e dodici figli, abita a Padova in via G. Galilei nel 1943, nel pieno della Seconda guerra mondiale. Cinque dei sei fratelli sono nei vari fronti di guerra e anche un cognato.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre finisce l’alleanza con la Germania nazista e in quello stesso giorno gli anglo americani sbarcano a Salerno e iniziano a risalire la penisola. Come gran parte dell’Italia centro settentrionale, anche Padova è occupata dai tedeschi, il 10 settembre. L’esercito italiano adesso è allo sbando, privo di direttive: molti militari tornano alle famiglie e alla vita civile, altri si uniscono alle formazioni partigiane, molti vengono fatti prigionieri dai nazisti e inoltrati nei campi di concentramento del Terzo Reich.

A Saonara in provincia di Padova, molti prigionieri di guerra sudafricani, neozelandesi e inglesi che lavoravano nei vivai della famiglia Sgaravatti, prima ospitati in un centro di raccolta e ora liberi, si sparpagliano nelle campagne nascondendosi nei fossati. Molti contadini li soccorrono offrendo cibo e vestiario e ricovero nei fienili, poi ospitandoli in casa correndo enormi rischi, e anche molte famiglie ebree trovano rifugio nei casolari dei contadini o presso altre famiglie ed anche presso conventi. Insieme a Delfina e Maria Borgato di Saonara, sono coinvolte in quest’opera di assistenza anche Teresa, Lidia e Liliana Martini, studentesse universitarie le prime due, liceale la terza. Anche la loro casa è rifugio per perseguitati del regime. A Padova inizia ad operare il Comitato di Liberazione Nazionale, i cui massimi esponenti furono i professori universitari Egidio Meneghetti, Concetto Marchesi e Silvio Trentin.

Dopo l’occupazione tedesca, Padova viene tappezzata di manifesti che invitano a denunciare chi ospita prigionieri, disertori ed ebrei, previa ricompensa di cinquemila lire e cinque chilogrammi di sale da cucina, bene allora introvabile. Le leggi razziali, emanate in Italia nel 1938, vengono attuate con sistemi inumani: diventa sempre più impellente l’impegno di aiutare tante persone a sfuggire alla persecuzione nazista e fascista.

Nel suo libro Catena di Salvezza, la zia Liliana spiega cosa aveva indotto lei e le sorelle a questo aiuto, che metteva gravemente a rischio la loro vita: il pensiero per i fratelli e il cognato, anch’essi prigionieri e magari bisognosi di ricevere quello stesso aiuto, la solidarietà umana e cristiana per i perseguitati, anche una certa dose d’incoscienza giovanile e l’attrazione verso il rischio a cui andavano incontro.

Lidia entra in contatto con Armando Romani, un ufficiale che, con l’aiuto del console italiano di Lugano, guida la “rete di salvataggio” a Padova. Di questa nella basilica del Santo è “a capo” Padre Placido Cortese, all’epoca direttore del “Messaggero di Sant’ Antonio”. Egli aveva ricevuto dal delegato pontificio della basilica del Santo l’incarico di assistere ebrei, croati e sloveni internati nel campo di concentramento di Chiesanuova. La basilica, territorio del vaticano, diventa allora un rifugio sicuro per tanti perseguitati e le sorelle Martini collaborano con lui a questa “catena di salvezza “fornendo abiti, documenti (il Padre staccava dall’arca del Santo le fotografie degli ex voto), denaro. Inoltre, le sorelle organizzano i viaggi in treno da Padova a Milano, poi a Oggiono sul lago di Como. Lì le persone vengono affidate a contrabbandieri pagati per far loro attraversare il confine e arrivare in Svizzera. Molte altre donne sono impegnate insieme alle sorelle Martini in questi viaggi della speranza, tutte sono ricordate nella stele dedicata a Padre Placido nel Giardino dei Giusti a Padova.

Il 14 marzo 1944 Teresa e Liliana vengono arrestate dalle SS., cinque di questi si erano infiltrati nel gruppo dei prigionieri che dovevano portare in salvo, ed erano stati ospitati e sfamati dai contadini. Le due ragazze vengono prima condotte nella loro casa di via G. Galilei per essere interrogate, poi vengono fatte salire su un camion vicino a Prato della Valle, dove c’era il comando tedesco. Su questo camion, arrestati il giorno prima, trovano i contadini che hanno conosciuto e Delfina e Maria Borgato che fanno parte anch’esse dell’organizzazione di salvataggio. La prima tappa è il carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia, le sorelle vengono messe in celle separate, con un trattamento molto duro e vi resteranno quattro mesi in cui si susseguono interrogatori, minacce e botte, oltre alla preoccupazione per i famigliari di cui non hanno notizie. Alla fine di luglio vengono fatte salire in treno alla volta di Bolzano e da lì proseguono verso Mauthausen. Nel suo libro Liliana descrive bene lo sgomento che provano davanti all’altissimo e massiccio portone sovrastato dalla scritta Arbeit Macht Frei e dalla croce uncinata. Ricorda con che angoscia Teresa le disse che da lì non sarebbero uscite vive. Dopo una notte in piedi vengono condotte in uno stanzone dove devono denudarsi, vengono registrate le loro generalità, sono rasate dappertutto e viene consegnata loro la casacca a righe stinte grigie e blu col numero di matricola, il triangolo rosso dei prigionieri politici e le lettere in nero IT che indicano la nazionalità, insieme ad un paio di pantaloni che riporta le stesse scritte. Sono condotte in una piccola cella, col pavimento in pendenza per far scorrere l’urina perché priva di bugliolo! e di giacigli: sono una quindicina di donne e si alternano stando alcune in piedi, altre sedute, altre stese. Una volta al giorno viene portata una gamella con del liquido su cui galleggia qualche pezzo di verdura e, dato che sono prive di cucchiaio, devono lappare come i cani! Fa tutto parte del sistematico annientamento della dignità. Qui il 7 agosto Liliana compie diciotto anni e Teresa le fa un grandissimo regalo spidocchiandola. Dopo 2 giorni, vengono condotte in una grande stanza piastrellata di bianco e dal cui soffitto pendono vari soffioni, sollevate all’idea di poter fare una doccia. Invece vengono fatte uscire e devono rivestirsi (sapranno più tardi di essere scampate alla camera a gas!): vengono portate nel lager di Linz. Sono destinate ad una baracca con castelli a tre piani dotati di paglia vecchia e puzzolente! Lavoreranno entrambe in una fabbrica metallurgica, Teresa alla fresa, Liliana al tornio, in turni di dodici ore, con mezz’ora di riposo: per questo lavoro sono state risparmiate. Nonostante il freddo, la fame, le umiliazioni, i bombardamenti, sono la fede, dice Liliana, e il desiderio di ritornare a casa, che le aiutano a sopravvivere, insieme anche al confronto e al conforto dato e ricevuto dagli altri prigionieri. Lì fanno amicizia con due studenti universitari a Padova, uno dei quali, Andrea, diventerà marito di Teresa a guerra finita.

Liliana viene poi trasferita a Grein a.d. Donau dove sarà raggiunta da Teresa dopo circa 40 giorni. Entrambe cercano di sabotare i pezzi che escono dai loro macchinari, Teresa riesce anche a mettere fuori uso la fresa. Tra i prigionieri che provengono da vari stati europei, si stabiliscono importanti rapporti di solidarietà. Liliana accusa frequenti malori dovuti alla denutrizione e a decalcificazione ossea. Verrà anche ricoverata in ospedale a Linz. Quando torna, il lavoro riprende, sono impegnate a spostare mattoni da un lato del lager a quello opposto, formando una catena umana. Essendo senza guanti, le mani iniziano a sanguinare: Liliana, arrabbiata, ingiuria in tedesco il militare che sovraintende all’operazione e questo sta per spararle ma viene fermato da un ufficiale della Wehrmacht. Questi, amante dell’Italia e della nostra cultura, in seguito non solo le incoraggia, regala loro: La vita nova, di Dante, scritto in italiano. I tedeschi adesso sono nervosi, è nell’aria l’imminente crollo del regime nazista. Verso il 6-7 maggio del 1945 Teresa e Liliana riescono a fuggire di notte dal lager. Si uniscono a dei militari italiani, anch’essi in fuga, lungo i binari della ferrovia Vienna-Linz. Con un camion recuperato dai compagni di viaggio arrivano ad Innsbruck, ultima città austriaca prima del confine. È grande la gioia e l’attesa di arrivare a casa, ma sono costrette alla quarantena per un’epidemia di tifo petecchiale. Sono accolte nel cortile di un castello requisito dagli alleati e Teresa, che si ammala, è curata dagli americani. Finalmente possono partire e a Bolzano viene loro rilasciato il foglio di via. Attraversano la Valsugana e verso le 15 del 5 giugno arrivano a Padova. Non si sentono di passare a casa: non sanno se è stata bombardata, se i famigliari sono vivi; si dirigono invece alla Basilica del Santo sperando di incontrare Padre Placido Cortese: non sanno ancora che è stato arrestato dalla Gestapo nell’ottobre del 1944 e che non farà più ritorno. Li vengono raggiunte da tre dei fratelli e finalmente a casa possono riabbracciare i genitori e i fratelli presenti. Non sanno ancora che Alessandro è stato abbattuto col suo aereo sopra la Libia.

Dopo il ritorno a casa, Liliana si butta a capofitto sui libri per sostenere gli esami di maturità che andrà a fare, in bicicletta a Bassano del Grappa. Frequenterà poi la facoltà di Lettere. Nel lager purtroppo ha contratto la tbc ossea, sarà costretta sempre a letto per quasi due anni all’Istituto di Mezzaselva (sanatorio). Riprenderà poi gli studi, si sposa, si dedica all’insegnamento e dopo quasi cinquant’anni, sentirà forte il bisogno di testimoniare quanto accaduto perché non vada persa la memoria, per desiderio di pace, nella speranza e fiducia che questa atrocità non possa più ripetersi! Lidia il giorno dell’arresto delle sorelle accompagnava due ebrei a Milano-Oggiono e, saputo dell’arresto delle sorelle, si rifugia per alcuni mesi in un paesino della Brianza a casa di un ex militare consigliatole da Armando Romani. In una sua intervista Lidia racconta i pericoli di questi viaggi in treno che dovevano essere pianificati con cura, cercando di far passare inosservati i fuggitivi stranieri e prestando attenzione alle possibili spie. Gli ex prigionieri viaggiavano nella carrozza di centro, due guide si piazzavano nella carrozza di testa e in quella di coda per avvistare al più presto le pattuglie fasciste addette al controllo. La mamma poi torna a casa dalla Brianza e viene a sua volta arrestata il 17 gennaio 1945, imprigionata anche lei a Venezia, poi a Verona e infine nel terribile campo di concentramento di Bolzano Gries, da dove poi i prigionieri venivano inoltrati nei lager. Racconta che lì le era stata data l’alternativa tra fare le pulizie negli uffici degli ufficiali tedeschi o lavare la biancheria dei prigionieri con la soda caustica. Lei, che a scuola aveva studiato il tedesco e non aveva peli sulla lingua, sceglie la seconda alternativa per paura di non sapersi trattenere e dire qualcosa che poi le sarebbe costata cara. Anche per lei, infatti, la ribellione era più forte della paura! Rimane a Bolzano fino alla liberazione del 3 maggio 1945, poi ritorna a Padova. A lei fu riconosciuta la qualifica di “partigiana combattente “nella Brigata Pierobon, ma le sorelle Martini non ricevettero alcun riconoscimento dal regno Unito e dal Commonwealth, come neppure tanti altri che in Italia fornirono un prezioso aiuto.

Il presidente Mattarella intervenendo alla cerimonia celebrativa del settantesimo Anniversario della Liberazione, nel 2015, ha ricordato loro e i tanti altri eroi che salvarono la vita ad ebrei e prigionieri alleati dando loro cibo, rifugio e guidandone la fuga verso la Svizzera attraverso la rete costruita da Padre Placido Cortese, Ezio Franceschini e Concetto Marchesi. Di Padre Placido non si seppe nulla per moltissimo tempo. Prelevato dal sagrato della Basilica Del Santo nell’ottobre 1944, fu portato a Trieste nel bunker della Gestapo e torturato ma senza che rivelasse nulla. Il corpo probabilmente fu poi bruciato nel forno crematorio della Risiera di San Sabba. Si attende il processo di canonizzazione in quanto martire della carità.

La città di Padova il 28 novembre 2025 ha intitolato alle sorelle Martini la passerella ciclo pedonale sul canale Brentella.

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